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FALCO NERO: OPERAZIONE GOTHIC SERPENT
di Luca Poggiali

  L'uscita in Italia del libro "Falco Nero" fornisce lo spunto per un commento tecnico ai combattimenti urbani di Mogadiscio.

Il 1993 fu un anno veramente intenso: poteva accadere che una mattina rientrassi dai Balcani, per essere a Torino la sera stessa e prendere l'aereo per l'Africa Australe, destinazione Mozambico, per far visita al contingente italiano.

In particolare, tornai nell'inferno di Mogadiscio il 9 ottobre, cinque giorni dopo il termine dei fatti narrati nel libro di Mark Bowden, edito da Rizzoli. La città sembrava proprio "la capitale mondiale delle cose andate al diavolo", essendo ormai sparite le grandi speranze dell'inizio della missione. Vi erano già stati violenti combattimenti e, per il contingente italiano, il drammatico scontro del Pastificio del 2 luglio.



UN'OPERAZIONE IMPOSTATA MALE
A Mogadiscio i Ranger e le forze speciali della Delta Force agivano fuori dal mandato ONU, compiendo, in pratica, azioni per conto proprio. Gli Stati Uniti avevano avuto la pessima idea di ritirare i carri armati Abrams che avevano inizialmente portato in Somalia, disponendo così solo di elicotteri, con i quali erano convinti di poter risolvere ogni problema operativo.

Gli UH-60 Black Hawk erano stati dotati di una pedana esterna fuori dal portello, dove i Ranger potevano poggiare i piedi e sporgersi – opportunamente agganciati – per controllare lo scenario sottostante. Secondo i comandi statunitensi, questo era il sistema più sicuro per monitorare la situazione e condurre la caccia al generale Aidid, divenuto ormai una preda prioritaria per gli americani, con tanto di manifesti "wanted" affissi sui muri della città e una taglia di 20.000 dollari.

In effetti, le stradine e il traffico di Mogadiscio rappresentavano una sorta di immane trappolone in cui era pericoloso avventurarsi. La città, piatta e con scarsi punti di riferimento, rendeva l'orientamento difficile. Le stradine potevano essere facilmente bloccate con barricate improvvisate, e i miliziani potevano accorrere da ogni direzione.

Gli elicotteri, dipinti in blu notte, venivano intensamente impiegati anche di notte, con il personale che utilizzava visori notturni ad intensificazione di luce. Nelle ore notturne li sentivamo passare bassi sui tetti, ma era praticamente impossibile scorgerli nonostante il cielo sereno. Si poteva notare il loro passaggio solo quando transitavano davanti a una stella che, per un attimo, scompariva.


   L'iconico profilo del velivolo della Task Force Ranger impiegato nella drammatica battaglia di Mogadiscio del
   3 ottobre 1993. Un elicottero Sikorsky UH-60 Black Hawk in volo.


Tutto il giorno il cielo di Mogadiscio era contraddistinto dal lento orbitare di "Pippo" e "Pluto". Questi erano i due soprannomi che avevamo dato alla cannoniera volante AC-130 Spectre e al pattugliatore P-3 Orion della Marina, che ruotavano in quota sopra la città esattamente sfalsati di 180 gradi. Il ricognitore marittimo, con i suoi ampi oblò, fungeva da piattaforma di osservazione, equipaggiato con un sistema di telecamere che ritrasmetteva in tempo reale quanto accadeva in città al comando. La cannoniera volante poteva invece intervenire per spazzare un'area con i suoi cannoncini da 20 mm a canne rotanti, il pezzo da 40 mm e l'obice da 105 mm, tutti posizionati sul fianco sinistro.

L'abbiamo visto in azione di notte e l'effetto era impressionante: una vera e propria micidiale pioggia di fuoco, ma certamente non l'arma ideale per operare in ambito urbano, dove anche le vecchie caserme erano piene di donne, bambini e capre.

Un altro problema era dato dal fatto che a Mogadiscio molte zone erano caratterizzate dalla presenza di baraccopoli e "stracciopoli": ripari fatti di fogli di plastica, cartoni e rami che, al passaggio radente degli elicotteri, venivano spazzati via insieme alle poverissime cose che contenevano. La formazione di 5-6 elicotteri lasciava alle proprie spalle un paesaggio degno di un tornado, e questo non favoriva certamente i rapporti con la popolazione locale.



CATTURATE AIDID
Ovviamente Aidid adottava tutti i trucchi possibili per non farsi individuare e gli Stati Uniti si basavano sulle informazioni provenienti dagli informatori. Sembra che alcune volte si sia perfino travestito da donna, il che, date le usanze locali circa il vestiario femminile, non era difficile. Tutti i contingenti avevano a Mogadiscio le loro "antenne", e il SISMI italiano era uno di quelli meglio organizzati, approfittando dei lunghi legami storici fra Italia e Somalia.

Gli informatori agivano per denaro e tentavano spesso di vendere soffiate inventate e non verificabili, motivo per cui gli statunitensi avevano già preso alcune cantonate. In un'occasioni avevano fatto una spettacolare irruzione in un edificio gestito dalle Nazioni Unite, creando un incidente diplomatico. Un'altra volta, i Ranger si erano catapultati nei pressi dell'ambasciata italiana bloccando il generale Jlao – un uomo molto più alto e grasso del ricercato – dovendo successivamente profondersi in scuse. La "caccia" ad Aidid non andava bene e la Task Force Ranger e i suoi capi si innervosivano.

Gli statunitensi volevano fare di testa loro in un ambiente difficilissimo come Mogadiscio, e avevano già avuto aspri screzi con le Nazioni Unite e gli altri contingenti, incluso quello italiano. Oggi, a mente fredda, possiamo dire che gli italiani, ad iniziare dal generale Loi, avevano ragione. Fra l'altro, nella versione italiana del libro è stato eliminato, rispetto alla stesura originale, un riferimento a certi segnali luminosi che gli italiani avrebbero fatto ai somali con i fari dei mezzi. In effetti si tratta di una illazione buttata lì senza alcuna spiegazione, forse per giustificare certi rovesci militari.

Gli informatori statunitensi, supportati da diavolerie elettroniche e seguiti dalle telecamere del P-3 Orion, individuarono un edificio nelle immediate vicinanze dell'hotel Olympic, non lontano dal mercato di Bakara, nel pieno della zona controllata dai miliziani di Aidid. I Ranger e gli uomini della Delta Force erano pronti in aeroporto, distante meno di cinque chilometri. Sarebbero stati appoggiati dagli elicotteri AH-6 Little Bird armati di razzi: velivoli molto maneggevoli, ma sicuramente meno potenti dei veri elicotteri d'attacco, come gli AH-1 Super Cobra che avevano operato su Mogadiscio all'inizio della missione.

La missione sarebbe stata condotta dallo Squadrone C della Delta Force e dalla Compagnia Bravo del 3° Battaglione del 75° Reggimento Ranger di Fort Moore (all'epoca Fort Benning). I mezzi impiegati includevano quattro elicotteri AH-6 armati e altrettanti velivoli identici dotati di pedane per gli operatori Delta, seguiti da otto biturbina Black Hawk. I Ranger erano suddivisi in "Chalk" (letteralmente "gessetto", termine derivato dall'usanza originaria di marcare col gesso i carichi aviolanciati). Un convoglio terrestre composto da nove Humvee e tre autocarri, con a bordo Ranger, uomini della Delta e quattro SEAL, doveva intervenire via terra per l'esfiltrazione dei prigionieri. In totale erano pronti 160 uomini e 19 velivoli, incluso il quadriturbina Orion da sorveglianza, mentre la cannoniera volante non era in volo.


   Mogadiscio, 1993: Un mitragliere di bordo (crew chief) della 101ª Divisione Aviotrasportata sorveglia la città
   somala dal portellone aperto di un elicottero UH-60 Black Hawk durante le fasi dell'Operazione Gothic Serpent.


La prima osservazione tecnica è che si trattava di una forza troppo debole per addentrarsi nel covo di Aidid, soprattutto nel caso in cui fossero sorti problemi seri. In mezzo alle case, i Little Bird e i Black Hawk potevano rilasciare gli uomini con il fast rope (il barbettone), ma non potevano reimbarcarli. Questi uomini e i loro prigionieri avrebbero dovuto necessariamente salire su jeep e camion per tornare alla base. L'idea di percorrere con mezzi non protetti le strade di Mogadiscio – in particolare nella zona controllata da Aidid e dopo averlo catturato – non appare certamente la più brillante. Gli statunitensi avevano già avuto modo di constatare la rapidità impressionante con cui i miliziani si mobilitavano. Nelle precedenti azioni tutto era andato liscio, ma in questo caso vi fu indubbiamente della leggerezza nel pianificare una missione così complessa.



CHI MAL COMINCIA ...
L'attacco iniziò alle 15:43, con un passaggio degli elicotteri armati con razzi da 70 mm. Le cose andarono subito per il verso sbagliato: uno dei Ranger mancò clamorosamente il barbettone e piombò a terra da un'altezza considerevole, ferendosi gravemente. Un Black Hawk sbagliò il punto di rilascio e un Little Bird praticamente si posò al suolo, senza visibilità a causa della polvere sollevata, rischiando di urtare le case con il proprio rotore.

L'irruzione fu rapidissima e non incontrò resistenza iniziale. Vennero catturati alcuni collaboratori di Aidid ma, rapidamente, centinaia di miliziani presero le loro armi e iniziarono a resistere. La svolta allo scontro fu data dal fatto che i somali – che pure non disponevano di missili antiaerei spalleggiabili – vedendo gli elicotteri evoluire a bassissima quota e a velocità ridotta, misero in pratica un'idea a cui pensavano da tempo: abbatterli a colpi di lanciarazzi controcarro RPG-7. Non era previsto da nessun manuale, ma si poteva tentare. Quel giorno i somali ci provarono e, in pochi minuti, abbatterono due UH-60 Black Hawk, non lontano dall'edificio in cui era stata effettuata l'irruzione. Contemporaneamente, per le strade venivano erette barricate e accorrevano migliaia di uomini armati.

I comandi statunitensi fecero intervenire la squadra elitrasportata per il CSAR (Combat Search and Rescue), ma la sorpresa e lo stupore furono tali che fu ordinato agli uomini già in azione di raggiungere i mezzi abbattuti e soccorrere gli equipaggi. Si trattava di un'iniziativa lodevole, che significava però dover avanzare in un ambito urbano ostile contro forze non organiche ma estremamente numerose. Inoltre, un altro UH-60 fu colpito da un RPG-7 mentre scaricava gli specialisti del CSAR, venendo costretto a un difficile atterraggio d'emergenza nella zona del Porto Nuovo.

A distanza ravvicinata, la dimensione alla quale si svolgeva il combattimento, le forze statunitensi non potevano far valere adeguatamente il loro armamento migliore e l'addestramento superiore.

Ovviamente iniziarono a registrarsi le prime perdite, tra morti e feriti. Il convoglio terrestre, pur fra gravi difficoltà, iniziò a muoversi verso il luogo dell'abbattimento del primo elicottero; tuttavia, l'avanzata nel centro abitato – dove i colpi piovevano da tutte le parti, seppur poco precisi – causava perdite crescenti nel tentativo di raggiungere i due relitti. Per muoversi in quel dedalo di stradine sarebbe stato fondamentale l'aiuto dei velivoli in volo, in particolare del P-3 Orion dell'US Navy. Incredibilmente, quest'ultimo non possedeva le frequenze radio dei mezzi a terra, per cui doveva trasmettere le indicazioni visive al comando il quale, a sua volta, le passava al convoglio. Nella concitazione del momento, con questo sistema farraginoso, l'ordine di svoltare giungeva quando la via corretta era già stata superata, costringendo i mezzi a vagare per strade e vicoli sotto una pioggia di fuoco.

La violenza dello scontro fu tale che un razzo controcarro RPG-7 si piantò nel torace di un Ranger senza esplodere, ferendolo comunque mortalmente, mentre anche i proiettili ordinari causavano gravi danni nonostante l'ampio impiego di protezioni balistiche.


   I volti della Task Force Ranger: Uno degli ultimi scatti storici che ritraggono insieme i membri delle forze speciali
   statunitensi (tra cui i futuri eroi Gary Gordon e Randy Shughart) risalente al dispiegamento in Somalia nel 1993.


UOMINI DECISI
Ben presto la realtà fu evidente anche sugli schermi che trasmettevano le immagini riprese dall'alto: un gruppo limitato di uomini si trovava bloccato nel mezzo di Mogadiscio. Nello scontro e nella manovra l'unità si era allungata, dovendo fare fronte a una resistenza crescente, galvanizzata dai tre abbattimenti.

Due tiratori scelti della Delta Force si calarono volontariamente accanto a uno dei Black Hawk abbattuti – pur consapevoli dell'estremo rischio – nel tentativo di proteggere i superstiti dell'equipaggio. Gli elicotteri armati facevano il possibile per tenere a bada i somali, ma sembrava che l'intera città si fosse riversata nelle strade adiacenti al luogo dello scontro. La salvezza degli statunitensi risiedette nel fatto che erano combattenti d'élite ben addestrati, uomini decisi che non si fece prendere dal panico; inoltre, i somali sparavano molto ma in modo impreciso, senza alcun coordinamento tattico. Non si spiega altrimenti come mai, alla fine, le perdite complessive siano rimaste numericamente circoscritte rispetto alla massa degli assalitori.

Ci si accorse drammaticamente che non vi erano riserve pronte e che gli statunitensi non disponevano di mezzi blindati o corazzati in teatro. Occorreva allertare i reparti della 10ª Divisione da Montagna e chiedere veicoli in prestito a malesi e pakistani. Il coordinamento fu lungo e complesso: entrambi i contingenti esclusero di cedere i soli mezzi, concedendo i veicoli blindati ma esclusivamente con i propri guidatori. È facile immaginare la preoccupazione dei comandi statunitensi all'idea di inviare in combattimento i propri soldati a bordo di mezzi pilotati da personale straniero, a causa delle insormontabili barriere linguistiche nel pieno del fuoco nemico. Anche il contingente italiano fu allertato: nelle ore successive alcuni carri M-60 vennero rischierati da Balad su Mogadiscio, insieme a paracadutisti e incursori pronti a intervenire in supporto.

>I soldati statunitensi si asserragliarono in alcuni edifici e, con il costante appoggio degli elicotteri (che facevano spola con l'aeroporto per rifornirsi e tornavano immediatamente), riuscirono a bloccare gli attacchi dei somali. Uno dei piloti degli elicotteri era rimasto ferito e bloccato all'interno del secondo velivolo abbattuto. Dopo un'accanitissima resistenza, i difensori americani isolati sul sito erano stati infine sopraffatti.

La notte stava sopraggiungendo e i Ranger maledicevano la scelta di aver lasciato alla base i loro ottimi visori notturni, che avrebbero garantito loro, in quelle circostanze, una schiacciante superiorità tattica. Li avevano invece lasciati a terra per prediligere un maggior quantitativo di munizioni, convinti che l'azione si sarebbe conclusa ben prima delle tenebre. In compenso, gli elicotteri rimasti in volo – i cui piloti disponevano di intensificatori di luce – scoraggiavano qualsiasi attacco di massa somalo.

Per fortuna degli americani, i miliziani, avendo subito perdite altissime, non approfittarono delle ore notturne per scatenare un assalto finale; così, dopo 14 ore dall'inizio dell'azione, la colonna di soccorso si ricongiunse con il gruppo assediato, dopo aver superato enormi difficoltà. Il paradosso fu che i veicoli da trasporto truppa ruotati Condor della colonna malese non potevano ospitare a bordo tutto il personale: diversi militari statunitensi dovettero perciò correre a piedi, mentre i conducenti malesi, sotto forte stress da combattimento, acceleravano troppo velocemente distanziando gli uomini appiedati, che si trovarono costretti a ripiegare rispondendo al fuoco avversario lungo il cosiddetto "Miglio di Mogadiscio".

Il convoglio terrestre di soccorso, rallentato da molteplici ostacoli e da una dura resistenza, raggiunse infine lo stadio di Mogadiscio presidiato dai soldati pakistani, dove venne allestito un centro di primo soccorso medico. Intanto i comandi iniziarono a stilare il drammatico bilancio dello scontro: 19 militari statunitensi uccisi (il corpo di uno di essi fu barbaramente trascinato per le strade ed esposto al mercato), un pilota fatto prigioniero e varie decine di feriti. Fu solo grazie all'elevata efficienza dei soccorritori sul campo e delle strutture sanitarie d'evacuazione che fu possibile salvare molte vite. Ben diverso fu il trattamento di cui poterono godere le centinaia di feriti somali.

Il pilota catturato, Michael Durant, venne rilasciato dopo poche settimane. Ormai, sotto la spinta emotiva e politica delle gravi perdite subite, l'atteggiamento di Washington verso la missione in Somalia aveva subìto un radicale e definitivo mutamento: era l'inizio del disimpegno da una partita da cui potevano provenire solo guai.


   Mogadiscio, 3 ottobre 1993: L'area dell'abbattimento del Super 64. Tra queste strutture di lamiera si consumò
   il sacrificio degli operatori Delta Gary Gordon e Randy Shughart, scesi a terra per proteggere i commilitoni feriti.



ALCUNE OSSERVAZIONI TATTICHE
Abbiamo espresso le nostre critiche a come era stata impostata l'operazione, per la quale un eccesso di sicurezza portò a una situazione drammatica, risoltasi senza un massacro solo grazie alla professionalità del personale impiegato. Molti militari riportano episodi in cui, dopo aver colpito un somalo, molti altri tentavano di recuperarne l'arma, venendo a loro volta centrati, in una catena continua. Questi stati di esaltazione, di apparente follia e di fanatismo totale sono estremamente difficili da contrastare, in quanto fanno saltare i normali meccanismi d'istinto di sopravvivenza. Qualcosa di simile accadeva con i volontari iraniani che si lanciavano in massa contro le postazioni irachene, camminando persino sui campi minati; gli iracheni sapevano che era quasi impossibile arrestare quel tipo di assalti – a prescindere dal numero di perdite inflitte – e tendevano a ripiegare terrorizzati.

L'abbattimento di tre elicotteri tramite lanciarazzi controcarro rappresentò un'amara sorpresa per gli statunitensi, ma stupisce che nessuno avesse calcolato questo rischio in precedenza. Un elicottero fermo in hovering o in volo a bassa velocità non è un bersaglio impossibile per un'arma anticarro ravvicinata. Del resto, sono state persino sviluppate mine terrestri antielicottero che, tramite sensori acustici o sismici, esplodono al passaggio del velivolo proiettando schegge nella sua direzione.

Se fossero stati disponibili fin da subito mezzi blindati e corazzati, la situazione si sarebbe sbloccata molto più facilmente. Gli M-60 italiani erano a Balad e richiedevano tempo per il rischieramento; tuttavia, sarebbero risultati estremamente utili gli elicotteri d'attacco Mangusta (A129), in grado di giungere sul posto in tempi ridottissimi. L'impressione forte è che il comando statunitense non abbia voluto richiedere il supporto italiano proprio a causa delle note divergenze politiche e operative sulla condotta della missione. Inoltre, dal punto di vista puramente tattico, stupisce che non si sia tentato di evacuare i feriti sfruttando gli elicotteri più piccoli (gli AH-6) facendoli atterrare sui numerosi tetti piani delle abitazioni più solide.

Fu solo grazie alla pessima preparazione militare dei somali che i soldati statunitensi poterono muoversi per chilometri a piedi in una città ostile come Mogadiscio; va sempre ricordato che si trattava di Ranger e operatori della Delta Force, personale d'élite e, nel caso dei "D-boy", tra i migliori combattenti al mondo. Quella di disperdere le squadre appiedate nella città fu un'altra pessima idea che sarebbe potuta costare ancora più cara. Infine, il modo in cui il convoglio terrestre ha mancato ripetutamente il sito d'impatto dell'elicottero – passandovi vicinissimo senza accorgersene nonostante la guida dall'alto – dimostra inequivocabilmente che la catena di trasmissione delle informazioni e i posti comando volanti non funzionavano adeguatamente.



TESTIMONIANZE
Il 3 ottobre 1993, le strade polverose di Mogadiscio, in Somalia, divennero il teatro di uno dei combattimenti più feroci affrontati dall'esercito statunitense dalla guerra del Vietnam. L'Operazione Gothic Serpent, pianificata per catturare i principali luogotenenti del signore della guerra Mohamed Farrah Aidid, si trasformò rapidamente in una drammatica battaglia di 15 ore dopo l'abbattimento di due elicotteri MH-60 Black Hawk.

Quello che doveva essere un raid fulmineo di un'ora divenne una brutale lotta per la sopravvivenza. Di seguito sono riportate le drammatiche testimonianze dirette di alcuni dei soldati americani (appartenenti ai Rangers e alla Delta Force) che vissero quell'inferno in terra.


   L'equipaggio del "Razors Edge": Operatori e piloti d'élite in posa davanti a un MH-60 Black Hawk del
   160° SOAR prima di un rischioso rischieramento tattico.


L'inizio del caos: l'abbattimento del "Super 61"
Il momento di svolta della battaglia avvenne quando un razzo RPG colpì il rotore di coda del Black Hawk "Super 61", pilotato da Cliff Wolcott. Fino ad allora, l'operazione sembrava procedere secondo i piani. Il soldato scelto dei Rangers David Floyd ricorda i secondi immediatamente successivi all'impatto.

«Fino a quel momento era stata la solita routine, ma quando il Super 61 andò giù, l'intera atmosfera cambiò in un istante. Ricordo il silenzio radio per una frazione di secondo, poi la voce che gridava "Abbiamo un Black Hawk abbattuto". Il mio cuore si fermò. Tutto il nostro addestramento prevedeva che nessun uomo venisse lasciato indietro. Abbiamo cambiato direzione immediatamente, correndo a piedi verso il sito dell'impatto. Le strade si riempirono improvvisamente di miliziani che sparavano da ogni finestra, da ogni tetto. Non era più una missione di cattura, era diventata una missione di salvataggio a ogni costo.»


L'assedio al sito del primo schianto
Una volta raggiunto il relitto del Super 61, i Rangers e gli operatori della Delta Force si trovarono circondati da centinaia di somali armati. Il sergente dei Rangers Keni Thomas descrive la disperata difesa del perimetro attorno all'elicottero abbattuto, sotto un fuoco incrociato incessante.

«Il rumore era assordante. Non sentivi i singoli spari, era solo un unico, continuo boato di proiettili che impattavano contro i muri di mattoni e sollevavano polvere. Eravamo bloccati in un vicolo stretto, con le spalle al muro. Ogni volta che sporgevi la testa per mirare, venivi investito da una pioggia di schegge. Vedevo i miei compagni cadere uno dopo l'altro. La cosa più terrificante era che i miliziani usavano donne e bambini come scudi umani per avvicinarsi e sparare con gli RPG. In quel momento capisci che non c'è spazio per le esitazioni: o spari tu o muoiono i ragazzi accanto a te.»



   Le milizie di Mogadiscio: Un gruppo di combattenti somali armati di lanciarazzi RPG-7 e fucili d'assalto
   AK-47 schierati in posizione di tiro tra le rovine della capitale durante gli scontri del 1993.



Il sacrificio supremo: il secondo Black Hawk
Mentre si combatteva attorno al primo sito, un secondo elicottero, il "Super 64" pilotato da Michael Durant, venne abbattuto in un'altra zona della città. Senza forze di terra vicine, due cecchini della Delta Force, Gary Gordon e Randy Shughart, chiesero ripetutamente il permesso di farsi sbarcare per proteggere i superstiti, pur sapendo che le possibilità di sopravvivere erano minime. Il pilota superstite Michael Durant racconta il loro arrivo.

«Ero intrappolato all'interno della cabina di pilotaggio con una gamba rotta e diverse ferite, incapace di muovermi. Sentivo la folla somala che gridava e si avvicinava, e sapevo che per me era finita. Poi, all'improvviso, apparvero due volti familiari. Erano Gary e Randy. Mi tirarono fuori dal relitto e mi misero in una posizione più sicura. Si muovevano con una calma incredibile, quasi surreale, rispondendo al fuoco in tutte le direzioni. Sapevano perfettamente che i soccorsi non sarebbero arrivati in tempo e che stavano sacrificando la loro vita per la mia. Quell'atto di puro coraggio è il motivo per cui oggi sono qui a raccontarlo.»


La notte e il "Mogadishu Mile"
I soldati rimasti intrappolati dovettero resistere per tutta la notte all'interno di edifici requisiti, difendendo i feriti fino all'arrivo dei soccorsi corazzati la mattina del 4 ottobre. Tuttavia, a causa della mancanza di spazio sui veicoli blindati della coalizione ONU, molti Rangers dovettero coprire l'ultimo tratto a piedi sotto il fuoco nemico, in quella che venne ribattezzata "Il miglio di Mogadiscio". Il sergente Jeff Struecker, che guidò i convogli di rifornimento e salvataggio, ricorda quegli ultimi istanti.

«Quando i veicoli della colonna di soccorso iniziarono a muoversi, lo spazio all'interno era completamente esaurito, stipato di morti e feriti. Molti di noi dovettero correre dietro ai blindati malesi e pakistani. Eravamo esausti, non dormivamo da più di 24 ore, avevamo finito l'acqua e le munizioni erano ridotte al minimo. I somali continuavano a spararci alle spalle mentre correvamo verso lo stadio presidiato dalle Nazioni Unite. Ricordo solo i polmoni in fiamme e il pensiero fisso che, se mi fossi fermato anche solo per un secondo a riprendere fiato, non sarei mai più tornato a casa.»




CRONOLOGIA BATTAGLIA DI MOGADISCIO - OPERAZIONE GOTHIC SERPENT
Ecco la cronologia dettagliata, ora per ora, dei drammatici eventi che si susseguirono tra il 3 e il 4 ottobre 1993 a Mogadiscio, durante la quale si consumò la battaglia passata alla storia come il "Black Hawk Down".


3 Ottobre 1993: L'inizio della missione

  • Ore 13:50 – L'allerta: I servizi segreti della Task Force Ranger individuano una riunione ad alto livello dei leader del clan di Aidid in un edificio vicino al mercato di Bakara. Scatta la fase di pianificazione rapida.

  • Ore 15:42 – L'assalto: Gli operatori della Delta Force si calano sul tetto dell'obiettivo e catturano rapidamente 24 miliziani somali. I Rangers creano un perimetro di sicurezza.

  • Ore 15:44 – Il primo imprevisto: Durante la discesa con la corda, il soldato scelto Todd Blackburn manca la presa e precipita da un'altezza di circa 20 metri, rimanendo gravemente ferito.

  • Ore 16:00 – La reazione somala: La città si sveglia bruscamente. Intere strade vengono sbarrate con barricate e copertoni in fiamme. Un fuoco di sbarramento violentissimo investe le forze americane.

  • Ore 16:10 – Evacuazione medica: Un convoglio di tre veicoli terrestri trasporta il ferito Blackburn alla base. Lungo la strada subisce un'imboscata; il sergente Dominick Pilla viene colpito e muore sul colpo. È la prima vittima americana.



Il punto di svolta: cadono i Black Hawk

  • Ore 16:20 – Il Super 61 va giù: L'elicottero MH-60 Black Hawk ("Super 61"), pilotato da Cliff Wolcott, viene colpito alla coda da un razzo RPG e precipita nel cuore del territorio nemico.

  • Ore 16:26 – Il cambio dei piani: La missione di cattura viene convertita in una massiccia operazione di salvataggio. Il convoglio terrestre con i prigionieri tenta di raggiungere il sito, ma si perde nel labirinto di vicoli.

  • Ore 16:28 – Il primo intervento: Un elicottero d'attacco MH-6 Little Bird riesce ad atterrare nel vicolo del primo schianto per soccorrere due feriti. Poco dopo, un team di ricerca e soccorso (CSAR) si cala sul posto per installare un perimetro difensivo.

  • Ore 16:40 – Il Super 64 viene abbattuto: A circa un miglio di distanza, un secondo Black Hawk ("Super 64"), pilotato da Michael Durant, viene centrato da un altro RPG e precipita.

  • Ore 16:42 – Il sacrificio della Delta: I cecchini della Delta Force Gary Gordon e Randy Shughart chiedono per tre volte il permesso di farsi sbarcare a terra per difendere i superstiti del secondo schianto.

  • Ore 17:40 – Sopraffatti al secondo sito: Dopo aver difeso strenuamente il relitto del Super 64 e terminato le munizioni, Gary Gordon e Randy Shughart vengono uccisi. Il pilota Michael Durant viene preso prigioniero.



La notte dell'assedio

  • Ore 18:30 – Il perimetro isolato: Circa 99 soldati americani si ritrovano completamente circondati nei pressi del primo sito d'impatto (Super 61). Si asserragliano in alcune case abbandonate.

  • Ore 20:00 – Il supporto aereo dal cielo: Gli elicotteri leggeri AH-6J "Little Bird" effettuano attacchi notturni di precisione con mitragliatrici e razzi per contenere le milizie somale.

  • Ore 23:00 – La colonna di soccorso si muove: Una massiccia colonna di soccorso congiunta esce dalla base ONU, composta da veicoli corazzati della Malesia, carri armati pakistani e truppe della 10ª Divisione da Montagna americana.



4 Ottobre 1993: La ritirata e il "Mogadishu Mile"

  • Ore 02:00 – L'arrivo dei rinforzi: La colonna corazzata raggiunge i soldati isolati al primo sito d'impatto. Inizia una lunga operazione per estrarre il corpo del pilota Cliff Wolcott, incastrato nelle lamiere.

  • Ore 05:30 – L'evacuazione finale: Il corpo di Wolcott viene liberato. Tutti i feriti e i morti vengono caricati a bordo dei veicoli blindati.

  • Ore 05:45 – Il Miglio di Mogadiscio: Lo spazio all'interno dei blindati è esaurito. Un gruppo di circa 30 Rangers ed operatori Delta è costretto a correre a piedi dietro ai mezzi in movimento per coprire l'ultimo tratto sotto il fuoco nemico.

  • Ore 06:30 – La salvezza allo stadio: La colonna raggiunge lo stadio di Mogadiscio, presidiato dal contingente pakistano. La battaglia è conclusa.




LA MEDAGLIA D'ONORE A RANDALL D. SHUGHART E GARY I. GORDON
Il Sergeant First Class Randall Shughart e il Master Sergeant Gary Gordon prestarono servizio come cecchini della Delta Force (inquadrati nella Task Force Ranger) a Mogadiscio, in Somalia. Il 3 ottobre 1993, sotto l'intenso fuoco di armi automatiche e lanciarazzi RPG, Shughart e Gordon garantirono una copertura di precisione dall'elicottero di testa durante l'assalto a un edificio e nei pressi di due siti di abbattimento.

Mentre fornivano il cruciale fuoco di copertura sopra il secondo luogo dell'impatto, i due militari appresero che nessuna forza di terra era disponibile per mettere in sicurezza l'area, dove quattro superstiti erano rimasti intrappolati a causa delle ferite. Entrambi si offrirono volontari per essere sbarcati a terra, pur sapendo che una folla di miliziani nemici stava convergendo sul posto. A causa del violento fuoco proveniente dal terreno, vennero inseriti a circa 100 metri a sud del relitto.

Armati solo dei loro fucili di precisione e delle pistole, Shughart e Gordon si fecero strada attraverso un fitto labirinto di baracche per raggiungere i membri dell'equipaggio gravemente feriti. Dopo aver estratto il pilota e gli altri occupanti dall'elicottero, stabilirono un perimetro difensivo, posizionandosi deliberatamente nella zona più esposta e vulnerabile.

Entrambi i soldati erogarono un continuo fuoco di copertura finché non esaurirono completamente le munizioni. Shughart fu il primo a essere ferito a morte. Gordon tornò quindi verso il relitto dell'elicottero per recuperar un fucile a cui erano rimasti soltanto cinque colpi. Consegnò l'arma al pilota dicendogli: "Buona fortuna". Armato ormai della sola pistola, Gordon continuò a combattere fino a quando non venne anch'egli colpito a morte. Il pilota fu preso prigioniero e infine rilasciato dai miliziani somali, mentre gli altri tre membri dell'equipaggio persero la vita.

Le azioni disinteressate di Shughart e Gordon salvarono la vita del pilota a costo della propria. Il loro eroismo andò ben oltre il dovere ed esemplifica le più alte tradizioni del servizio militare.

Entrambi i militari sono stati insigniti postumi della Medal of Honor dal Presidente Bill Clinton, durante una cerimonia alla Casa Bianca nel maggio del 1994. In loro memoria, la United States Army Sergeants Major Academy di Fort Bliss, in Texas, ha intitolato due sale conferenze a Shughart e Gordon. Inoltre, tra il 1996 e il 1997, il Military Sealift Command della Marina degli Stati Uniti ha battezzato in loro onore due navi da trasporto logistico: la USNS Gordon e la USNS Shughart.



STATISTICHE DELLA TASK FORCE RANGER (BATTAGLIA DI MOGADISCIO)

Categoria Statistica | Dettaglio / Valore | Note Chiave


Forze Umane Schierate Circa 160 soldati Operatori Delta Force, Rangers, SEALs, piloti e soccorritori.


Flotta Aerea 19 elicotteri Modelli MH-60 Black Hawk e MH-6/AH-6 Little Bird.


Veicoli Terrestri 12 mezzi Humvee e camion da trasporto logistico.


Durata Missione (Prevista vs Effettiva) 30-60 min / Oltre 15 ore Trasformatasi in un assedio notturno continuo.


Soldati Uccisi in Azione (KIA) 18 morti Un 19° soldato morì due giorni dopo per un attacco di mortaio alla base.


Soldati Feriti (WIA) Tra 73 e 84 feriti Oltre il 60% dei soldati sbarcati a terra subì perdite (morti o feriti).


Prigionieri di Guerra (POW) 1 catturato Il pilota Michael Durant, rilasciato dopo 11 giorni di prigionia.


Elicotteri Abbattuti 2 MH-60 Black Hawk Super 6-1 e Super 6-4, entrambi colpiti da razzi RPG-7.


Elicotteri Danneggiati 2 o 3 velivoli Colpiti gravemente ma riusciti a rientrare o ad atterrare fuori area.


Perdite Nemiche (Somali) 500 - 1.000 morti Stime ufficiose tra miliziani SNA e civili coinvolti negli scontri.


Obiettivo del Raid Raggiunto (24 catturati) I due principali luogotenenti di Aidid furono presi a inizio missione.


Massime Onorificenze (Medal of Honor) 2 Medaglie (Postume) Conferite a Gary Gordon e Randall Shughart nel maggio 1994.






Task Force
Ranger




I simboli della Task Force Ranger: Lo stemma dell'Operazione Gothic Serpent (Mogadiscio, 1993) che unisce l'araldica di tutte le componenti d'élite impegnate. Dall'alto in senso orario troviamo il 3° Battaglione Ranger, il Comando delle Operazioni Speciali dell'Esercito (USASOC, a destra), i Navy SEALs (in basso), i piloti Night Stalkers del 160° SOAR (a sinistra) e la Delta Force (rappresentata dal pugnale d'assalto al centro).




Veterani






Falco Nero il libro di Mark Bowden



Recensione
Quando pensiamo alle cronache di guerra, spesso immaginiamo freddi resoconti strategici o memorie distanti cariche di retorica. Falco Nero, il monumentale saggio firmato dal giornalista americano Mark Bowden e pubblicato nel 1999, demolisce questa impostazione ed è universalmente riconosciuto come uno dei più straordinari testi di giornalismo d'inchiesta e narrativo mai scritti sul combattimento urbano contemporaneo. Dal saggio è stato tratto anche il celeberrimo e omonimo film cult diretto da Ridley Scott nel 2001, ma sebbene la pellicola sia un trionfo visivo, le oltre quattrocento pagine scritte da Bowden offrono una profondità, un'umanità e un livello di analisi storica che nessun media visivo potrebbe mai replicare completamente.


Il libro prende in esame gli avvenimenti della drammatica battaglia di Mogadiscio, consumatasi in Somalia tra il tre e il quattro ottobre del 1993. Inseriti nel quadro della missione umanitaria ONU Restore Hope, i reparti d'élite statunitensi della Task Force Ranger, composti da Army Rangers, Delta Force e dai piloti del 160° SOAR, avevano l'obiettivo di penetrare nel cuore del mercato di Bakara per catturare i principali luogotenenti del signore della guerra locale Mohamed Farrah Aidid. Quella che doveva essere un'operazione lampo di appena un'ora si trasforma in un incubo lungo una notte intera, poiché quando le milizie somale riescono ad abbattere due elicotteri pesanti UH-60 Black Hawk usando dei comuni lanciarazzi RPG, i piani saltano e la missione si tramuta istantaneamente in una disperata operazione di salvataggio nel fitto e ostile reticolo della città.


Il punto di forza assoluto di Mark Bowden risiede nella struttura narrativa, poiché l'autore incrocia in modo maniacale centinaia di interviste a testimoni diretti con i tracciati radio ufficiali e i video aerei della sorveglianza militare. Il risultato è una cronaca corale serrata e quasi minuto per minuto che scaraventa il lettore direttamente all'interno delle linee di fuoco, facendo percepire il rumore assordante dei proiettili, la polvere di Mogadiscio, la confusione delle comunicazioni interrotte e la paura viscerale di ragazzi poco più che ventenni intrappolati in un territorio sconosciuto. A differenza di molta saggistica militare, in Falco Nero non c'è spazio per la propaganda o per l'esaltazione acritica della guerra, in quanto Bowden sviscera l'orrore del combattimento ravvicinato con un realismo a tratti crudo e disturbante dal quale emergono sia il coraggio smisurato dei soldati, sia gli errori strutturali dei comandi politici e militari che inviarono quegli uomini allo sbaraglio.


Un elemento di grande pregio del libro è inoltre l'inclusione del punto di vista somalo, dato che Bowden si sforza di spiegare perché la popolazione locale, inizialmente grata per gli aiuti umanitari alimentari contro la carestia, si sia rivoltata con tanta ferocia e determinazione contro i soldati dell'ONU, trasformando il raid in una vera e propria guerra di resistenza di quartiere. Falco Nero non è solo il resoconto di una battaglia specifica, ma è il trattato definitivo su come sia cambiata la guerra nel ventunesimo secolo, anticipando le complessità degli scenari geopolitici attuali e mostrando i limiti strutturali delle superpotenze tecnologiche quando si trovano a combattere asimmetricamente all'interno di una guerriglia urbana densa e caotica. È una lettura che richiede uno stomaco forte e attenzione, data la complessità delle manovre e la moltitudine di personaggi coinvolti, ma ripaga regalando una delle esperienze letterarie più immersive, oneste e struggenti mai scritte sulla natura del conflitto umano.




Task Force
Ranger Art





Il film Black Hawk Down (2001)



Recensione
A distanza di anni dalla sua uscita, Black Hawk Down rimane una delle pietre miliari del cinema bellico contemporaneo, un'opera che ha ridefinito il modo di filmare il combattimento urbano. Diretto da Ridley Scott e prodotto da Jerry Bruckheimer, il film traspone sul grande schermo l'omonimo saggio-inchiesta del giornalista Mark Bowden, incentrato sui fatti drammatici del 3 ottobre 1993 a Mogadiscio. Il risultato è un'esperienza visiva ed emotiva totalizzante, un proiettile cinematografico della durata di oltre due ore che lascia lo spettatore senza fiato.


La sceneggiatura di Ken Nolan sceglie una struttura narrativa rigorosa e quasi geometrica. Il primo atto introduce i personaggi e la complessa scacchiera geopolitica della Somalia, preparando lo spettatore alla missione. Il secondo atto coincide con l'imprevisto — l'abbattimento del primo elicottero — che spezza l'illusione di superiorità tecnologica statunitense. Il terzo atto è una disperata e claustrofobica lotta per la sopravvivenza che si protrae fino all'alba del giorno successivo. Scott non perde tempo in digressioni sentimentali o approfondimenti psicologici superflui; i soldati vengono definiti unicamente dalle loro azioni sotto il fuoco incrociato.


Il vero punto di forza della pellicola risiede nella straordinaria direzione di Ridley Scott. Supportato dalla fotografia desaturata e acida di Slawomir Idziak, il regista britannico adotta uno stile iperrealista, quasi da reportage giornalistico d'assalto. La macchina da presa è costantemente in movimento, immersa nella polvere, nel sangue e nel fumo dei vicoli di Mogadiscio. Il montaggio serrato di Pietro Scalia (premiato con l'Oscar) riesce nel miracolo di rendere comprensibile una geografia del caos: nonostante la frammentazione delle inquadrature e la concitazione degli scontri, lo spettatore sa sempre dove si trovano le diverse fazioni e percepisce la morsa che si stringe attorno ai Rangers e alla Delta Force.


Black Hawk Down rifiuta la retorica dell'eroe singolo tipica del cinema hollywoodiano classico. Il cast — che vanta nomi del calibro di Josh Hartnett, Ewan McGregor, Eric Bana, Tom Sizemore, Sam Shepard e un giovane Tom Hardy — funziona come un unico grande organismo corale. Non c'è spazio per il divismo: i volti dei soldati, rapidamente coperti di sudore e polvere, diventano intercambiabili. Questa scelta enfatizza il nucleo morale del film, riassunto nella celebre battuta del personaggio di Eric Bana (l'operatore Delta Hoot): quando si è là dentro, non contano la politica o le grandi strategie; conta solo l'uomo che si trova accanto a te in trincea.


Se dal punto di vista tecnico il film rasenta la perfezione (merito anche di un comparto sonoro monumentale), sul piano politico l'opera ha sollevato, nel corso del tempo, diverse critiche. Black Hawk Down si concentra quasi esclusivamente sulla prospettiva dei soldati americani e sul loro codice d'onore ("No Man Left Behind"). La fazione somala viene spesso ritratta come una massa informe e anonima di miliziani inferociti, lasciando poco spazio alle profonde ragioni sociali e storiche della guerra civile che stava dilaniando il Paese. Resta tuttavia il merito di aver mostrato, senza filtri patriottici edulcorati, il fallimento tattico e il prezzo umano di un intervento nato sotto i migliori auspici umanitari e naufragato nel sangue.


In conclusione, Black Hawk Down è un'opera viscerale, un saggio di maestria tecnica che rinuncia alla filosofia per scaraventare il pubblico nel cuore della battaglia. Non è un film che celebra la guerra, ma ne descrive la brutale, caotica e tragica realtà materiale. Un classico moderno del genere bellico, imprescindibile per comprendere l'evoluzione del cinema d'azione del ventunesimo secolo.



I caduti





La battaglia causò la morte di 18 soldati americani (più uno nei giorni successivi) e centinaia di somali. Le immagini dei corpi dei soldati americani trascinati per le strade di Mogadiscio shockarono l'opinione pubblica. Questo portò il Presidente Clinton a ordinare il ritiro totale delle truppe statunitensi dalla Somalia entro il marzo 1994, segnando un drastico cambio della politica estera USA riguardo agli interventi umanitari per tutti gli anni '90.



Patch dei Reparti della Task Force Ranger















Risvolti politici

La personalità di più alto profilo a pagare il prezzo politico del fallimento a Mogadiscio fu il Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Les Aspin.


Nelle settimane precedenti alla battaglia del 3 ottobre 1993, i comandanti sul campo avevano richiesto con urgenza l'invio di veicoli corazzati pesanti (carri armati M1 Abrams e mezzi Bradley) e di cannoniere volanti AC-130 Spectre. Les Aspin negò l'autorizzazione nel tentativo di mantenere basso il profilo militare della missione umanitaria ONU.


Quando la Task Force Ranger rimase intrappolata, la mancanza di mezzi protetti rallentò drammaticamente i soccorsi, aumentando il numero delle vittime americane. Travolto dalle feroci critiche del Congresso e dell'opinione pubblica per la sua decisione strategica, Aspin si assunse la responsabilità politica dell'accaduto e fu costretto a rassegnare le dimissioni il 15 dicembre 1993, su richiesta del Presidente Bill Clinton.

  

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