SOMALIA
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SOMALIA UN PAESE ALLA DERIVA
di Angelo Del Boca

  Il paese del Corno d'Africa, che la comunità internazionale si apprestava a soccorrere nel corso del 1992, non era mai stato un paese prospero, né tantomeno felice. Occupato, sul finire dell'Ottocento, parte dalla Gran Bretagna (Somaliland) e parte dall'Italia (Somalia Italiana), non aveva goduto, come altri paesi africani, neppure dei pochi vantaggi che la colonizzazione europea offriva. Era tanto povero e sprovvisto di risorse, infatti, da sconsigliare ogni investimento, pubblico o privato.

L'Italia, ad esempio, si era limitata a favorire la monocoltura del banano, che aveva arricchito un centinaio di concessionari italiani e ridotto in schiavitù alcune migliaia di contadini somali. Nel 1950, quando l'Italia ritornava in Somalia per conto delle Nazioni Unite per condurla all'indipendenza nel termine tassativo di dieci anni, sul paese gravava ancora la più buia notte coloniale. I suoi primati erano tutti negativi. Il tasso di analfabetismo toccava il 99,40%. C'era un medico ogni 60 mila abitanti e 1.254 posti letto in ospedali che forse sarebbe stato meglio qualificare come ambulatori. Per finire, su di una popolazione di 1.242.000 abitanti, soltanto 20 mila vivevano in case in muratura; tutti gli altri alloggiavano in baracche, tende, tucul e arich.

L'unificazione della Somalia Italiana e del Somaliland in un unico Stato indipendente, nell'estate del 1960, non apportava alcun tangibile beneficio alle popolazioni somale. Concluse le cerimonie per l'indipendenza, scemata l'eccitazione nazionalistica, i somali si rendevano conto che per loro non era cambiato nulla, che la loro miseria era senza limiti, che le poche industrie e le migliori terre lungo il Giuba e I'Uebi Scebeli erano ancora in mano agli stranieri e che lo stesso commercio era gestito da italiani, arabi ed indiani. La Somalia, infine, era sì uno Stato sovrano, membro dell'ONU e più tardi dell'OUA, ma non possedeva neppure una lingua scritta, per cui gli atti ufficiali dovevano essere redatti in tre lingue, l'italiano, l'inglese e l'arabo'.

Anche l'organizzazione statuale, disegnata dall'AFIS2 su modelli europei senza tener conto delle antiche strutture sociali somale come il clan e il lignaggio, si sarebbe presto rivelata fragile ed inefficiente. Sulla carta, la Somalia era dotata di una Legge fondamentale molto avanzata e di un'organizzazione politica che la classificava fra le nazioni democratiche. Ma, nella realtà, il regime parlamentare in Somalia era un guscio vuoto, una semplice parodia, destinato al fallimento. Nel 1969, infatti, dopo appena nove anni di esistenza, la democrazia parlamentare veniva sepolta per sempre dal solo organismo efficiente nel paese, l'esercito, nel cui ambito alcune forze erano andate sviluppandosi in senso progressista dinanzi alla graduale degenerazione della prima repubblica.

I propositi della «rivoluzione d'ottobre», capeggiata dal generale Siad Barre e sostenuta da un gruppo di giovani intellettuali dalle idee progressiste, erano tanto promettenti ed ammirevoli, all'inizio, da trarre in inganno anche osservatori esperti e disincantati come Basil Davidson, Philippe Decraene e Luigi Pestalozza, per non citare che i più noti. In effetti erano stati affrontati, con successo, i problemi della lingua scritta, dell'analfabetismo, del tribalismo e della sedentarizzazione dei nomadi. Ma l'idea fissa del Consiglio Rivoluzionario Supremo (CRS) era quella di riunire tutti i somali del Corno d'Africa in una sola nazione, togliendo l'Ogaden e il Bale all'Etiopia, il Northern Frontier District al Kenya e incorporando l'intera Repubblica di Gibuti.

Il progetto della Grande Somalia tendeva a rimediare agli errori commessi dalle potenze colonialiste che avevano separato le popolazioni somale con frontiere arbitrarie. Ma questo ambizioso progetto non poteva essere imposto con la forza. Quando il CRS, nel 1977, decideva di impadronirsi dell'Ogaden lanciando un'offensiva che si arrestava soltanto dinanzi alle mura di Harar, commetteva un errore gravissimo, poiché l'Etiopia, spalleggiata dall'Unione Sovietica, reagiva duramente annientando le forze somale, imponendo a Mogadiscio una pace umiliante e provocando un esodo biblico dall'Ogaden di oltre un milione di somali.

Il generale Siad Barre si salvava miracolosamente dal disastro, ma il suo carisma era finito. Per poter restare al potere non trovava altro espediente che quello di resuscitare il tribalismo. Quel tribalismo che, a parole, aveva prima combattuto. Si trincerava perciò nella fortezza del proprio clan, quello dei Marrehàn, e governava applicando la vecchia tattica del divide et impera, già praticata con successo dai primi governatori italiani.

Trovandosi, via via, nel mirino del dittatore, i clan somali si ricostituivano per legittima difesa facendo così compiere alla Somalia un balzo indietro di un secolo. Nello stesso tempo nascevano i primi movimenti di opposizione, specie al nord, repressi con inaudita ferocia da Siad Barre, il quale non esitava, ad esempio, ad ordinare all'aviazione la totale distruzione di città come Hargheisa e Burao.

La dittatura militare di Siad Barre non avrebbe però potuto reggere a lungo se essa non avesse ricevuto il pieno appoggio politico, economico e militare dell'Occidente e, in particolar modo, dell'Italia, la quale applicava in Somalia, specie durante il governo di Bettino Craxi, forme di palese neocolonialismo usando in modo perverso lo strumento della cooperazione economica.

Prima confinata al nord, la guerra civile finiva per divampare, all'inizio degli anni novanta, anche nelle regioni centrali e meridionali del paese. Nel gennaio del 1991 i guerriglieri antigovernativi dell'United Somali Congress (USC), guidati dal generale Mohamed Farah Hassan, detto «Aidid», il vittorioso, stringevano d'assedio Mogadiscio obbligando Siad Barre ad abbandonare la capitale e a rifugiarsi nel suo villaggio natale, ai confini con il Kenya. Ma la guerra non era finita. Adesso che la dittatura era crollata, i vari movimenti armati, che si erano costituiti sul territorio somalo nel corso degli anni ottanta, si disputavano il potere dando vita ad una seconda guerra civile, ancora più estesa e spietata della precedente, perché non avrebbe rispettato neppure l'antico assetto tribale somalo.



IL MONDO SCOPRE LA TRAGEDIA SOMALA

Sul finire del 1991, quando, finalmente, la comunità internazionale si accorgeva della tragedia somala e si interrogava sul da farsi, la Somalia, dopo dieci anni di guerra civile al nord e tre anni di guerra senza quartiere nel resto del territorio, era praticamente allo sbando, priva com'era di un governo legale e di ogni altra forma di autorità riconosciuta. Una dozzina di «signori della guerra» imponevano le loro leggi in altrettanti staterelli, consumavano le poche scorte rimaste nel paese, riducevano alla fame e alla disperazione popolazioni che non potevano neppure più appellarsi alla solidarietà clanica, poiché lo scontro non era più soltanto fra clan e clan, ma all'interno degli stessi clan.

Si uccideva per un chilo di farina, per un casco di banane, per una coperta, non importa a quale clan appartenesse il malcapitato. I più feroci erano i morian, i ragazzi sbandati, in gran parte giunti nelle città dalla boscaglia. Essi non sapevano neppure perché e per chi combattevano. Obbedivano soltanto a quei capi che procuravano loro il khat, la droga dei poveri, e che gli concedevano il diritto alla razzia. Nel descrivere queste torme di giovani assassini, Hassan Osman Ahmed scriveva:

“Ogni battaglia, la città o la regione liberata viene lasciata in loro balia. Mettono a ferro e a fuoco le città e le campagne, uccidono, saccheggiano, violentano, torturano. Non si fermano davanti a nessun ostacolo. Fanno uso smodato di alcolici, droghe leggere e pesanti, psicofarmaci; si inebriano uccidendo e incendiando. La loro firma sono le feci. Dopo aver rubato in una casa, ufficio o negozio, hanno come un irresistibile stimolo a fare sul posto i loro bisogni. E' successo cosi anche a casa mia.”


Il più infernale epicentro degli scontri era Mogadiscio, dove due fazioni dell'USC, rispettivamente capeggiate dal generale Mohamed Hassan Farah Aidid e dal contestato presidente provvisorio della Repubblica Ali Mahdi Mohamed, si davano periodicamente battaglia dopo aver tagliato in due la capitale. Dal 5 all'8 settembre 1991, ad esempio, gli Abgàl e gli Habàr Ghidìr si scontravano sulla linea di demarcazione (la cosiddetta «linea verde») usando ogni tipo di arma, obici e mortai compresi, con un bilancio di 300 morti e 700 feriti.

Fra i morti c'erano anche tre funzionari delle Nazioni Unite, il che autorizzava l'organizzazione internazionale ad annunciare che si sarebbe ritirata dalla Somalia, ormai in preda al caos e all'illegalità. Nei due mesi successivi gli scontri si facevano ancora più cruenti, con un bilancio che il segretario generale dell'ONU, Javier Pérez de Cuellar, stimava in 7 mila morti e 13 mila feriti.


   Il generale Mohammad Farrah Aidid si rivolge ai suoi sostenitori il 17 giugno 1993 a Mogadiscio, in Somalia. Aidid   è ricercato dalle autorità delle Nazioni Unite per crimini contro l'umanità, cospirazione contro le forze ONU e    incitamento alla violenza.

A questo punto il muro di indifferenza che circondava gli avvenimenti somali cominciava a sgretolarsi. Il «Washington Post» rivolgeva pesanti accuse all'ONU per aver ritirato la sua delegazione a ‘Mogadiscio' e sosteneva che «il mondo non può stare a guardare mentre la carneficina continua», e suggeriva: «L'OUA deve assumere la guida» nell'organizzare un contingente internazionale, possibilmente con l'assistenza dell'ONU e con il supporto degli Stati Uniti.

In seguito alle pressioni della stampa americana, alla quale si accodava quella europea, le Nazioni Unite decidevano di inviare a Mogadiscio una loro delegazione, guidata dal vicesegretario generale James O.C. Jonah, con il compito di mediare fra le due parti al fine di raggiungere almeno una tregua nei combattimenti e la delimitazione di una zona franca nella quale convogliare e assistere la popolazione civile.

La missione esplorativa di pace si concludeva però con un netto insuccesso per il rifiuto del generale Aidid di accogliere ogni intervento o mediazione straniera. Il generale faceva infatti presente a Jonah che la Somalia «dovrà trovare soluzioni interne, cioè senza interferenze esterne di ogni tipo, ai suoi attuali problemi». Coerente con queste affermazioni, il generale Aidid si sarebbe rivelato, nei due successivi anni, come il più ostinato avversario di ogni ingerenza straniera, soprattutto se patrocinata dalle Nazioni Unite.

L'atteggiamento fermo e ostile del generale Aidid non sembrava però preoccupare l'egiziano Boutros Ghali, che il 1° gennaio 1992 succedeva a Pérez de Cuellar quale segretario generale dell'ONU. Uno dei suoi primi atti, infatti, era quello di chiedere al Consiglio di Sicurezza di mettere all'ordine del giorno, con priorità assoluta, il problema della Somalia.

Anche la Lega Araba offriva il suo contributo alla pacificazione del paese, subito seguita dall'OUA e dal governo provvisorio dell'Eritrea, il quale non dimenticava il grande aiuto morale (ma forse anche militare) che aveva ricevuto da Mogadiscio nel corso della sua trentennale guerra di liberazione.

Gli sforzi congiunti dei vari governi ed organizzazioni internazionali portavano ad un primo risultato. Il 12 febbraio le due parti in conflitto si incontravano a New York, nel Palazzo di Vetro dell'ONU, e, grazie alla mediazione di Boutros Ghali, si impegnavano a giungere ad «una cessazione immediata ed effettiva delle ostilità e al rispetto del cessate il fuoco». Questo valeva per Mogadiscio, non per il resto del paese.

Nel sud della Somalia, infatti, il generale Aidid doveva faticare non poco a respingere gli attacchi dei «berretti rossi» di Siad Barre, il quale riusciva persino ad organizzare un'offensiva che aveva come obiettivo la riconquista della capitale. Battuto a Uanle Uen, Siad Barre si ritirava precipitosamente verso il confine con il Kenya, che oltrepassava il 29 aprile uscendo definitivamente dalla scena somala.

A fine marzo, intanto, era giunta a Mogadiscio una «missione tecnica» dell'ONU, incaricata di mettere a punto i meccanismi di supervisione del cessate il fuoco e di organizzare la distribuzione degli aiuti umanitari. La missione era composta da quaranta fra militari e civili e colpiva la sproporzione fra questa insignificante équipe e i 14 mila «caschi blu» inviati nella ex Jugoslavia come forza di interposizione.

L'enigma veniva sciolto dallo stesso Boutros Ghali, che dichiarava:«Noi applichiamo alla Somalia lo stesso trattamento che alla Jugoslavia, vale a dire che abbiamo bisogno dell'accordo delle due parti per poter inviare forze di pace. Con la Somalia non siamo a questo punto. Non abbiamo i mezzi per imporre la pace. Ma siamo pronti a inviare in questo paese tutti i “caschi blu" che saranno necessari».

L'ostacolo era Aidid, che si faceva paladino della sovranità somala, lui che con i suoi massacri aveva tolto ogni dignità alla nazione. Boutros Ghali doveva perciò agire con molta prudenza e gradualità cercando di convincere i «signori della guerra», Aidid per primo, che l'intervento dell'ONU aveva soltanto fini umanitari e che per nessuna ragione le Nazioni Unite si sarebbero intromesse nelle faccende somale.

Il 24 aprile otteneva pertanto che il Consiglio di Sicurezza approvasse l'invio immediato di cinquanta osservatori a Mogadiscio con l'incarico di sorvegliare l'applicazione del cessate il fuoco. Il 28 luglio faceva un ulteriore passo in avanti ottenendo dal Consiglio di Sicurezza l'autorizzazione ad inviare in Somalia cinquecento caschi blu.

Ma questa seconda iniziativa, approvata dal presidente provvisorio Ali Mahdi, incontrava la netta opposizione del generale Aidid. Boutros Ghali era perciò costretto ad inviare d'urgenza in Somalia un proprio rappresentante, l'algerino Mohamed Sahnoun, il quale doveva faticare non poco a convincere Aidid che i cinquecento caschi blu sarebbero stati impiegati soltanto in operazioni di emergenza nel porto e nell'aeroporto di Mogadiscio e in missioni di sorveglianza durante la distribuzione degli aiuti.


   Miliziani del Generale Mohammad Farrah Aidid.

Confortato da questi risultati, Boutros Ghali decideva di osare maggiormente. I1 25 agosto indirizzava infatti al Consiglio di Sicureza un rapporto con il quale raccomandava l'invio in Somalia di altri 3 mila caschi blu. Per giustificare il notevole rafforzamento delle forze dell'UNOSOM (United Nations Operation in Somalia). Ma ancora una volta il generale Aidid cercava di ostacolare i piani di Boutros Ghali. Rientrando il 19 settembre a Mogadiscio, dopo aver trascorso cinque mesi nel suo quartier generae di Bardera, il generale, che veniva accolto nella capitale come un eroe, faceva questa dichiarazione:

“Controlliamo ormai i due terzi della Somalia, in termini di territorio e di popolazione, cosi come i due fiumi del paese. Possiamo perciò incaricarci noi di porre fine all'insicurezza con una forza di polizia di 6 mila uomini. Ciò che chiediamo è un aiuto per organizzarla.”


Da questa posizione Aidid non si sarebbe più mosso. Egli esigeva che l'intervento dell'ONU avesse dei precisi limiti. Era d'accordo sugli aiuti umanitari, ma nettamente contrario ad una presenza massiccia dei caschi blu. Boutros Ghali era avvisato.



BAIDOA, CITTÀ MARTIRE

Nell'estate del 1992, mentre cominciavano a giungere in Somalia i primi aiuti, si andavano finalmente delineando i contorni di quella che il Comitato Internazionale della Croce Rossa giudicava «la più grande tragedia umana nel mondo». Il rappresentante speciale dell'ONU in Somalia, Mohamed Sahnoun, stimava infatti in 4-5.000 i bambini che morivano ogni giorno, mentre l'incaricato dell'UNICEF, Ian Macleod, sosteneva che i bambini che sopravviveranno a questa tragedia apparterranno ad una generazione perduta, psicologicamente traumatizzata dai combattimenti, senza educazione, fisicamente e mentalmente indebolita dalla malnutrizione. E' una catastrofe senza precedenti perfino nella tragica storia dell'Africa. Stiamo parlando di più di un milione di bambini che stanno diventando scheletri.

Nei mesi di settembre ed ottobre lo sforzo della comunità internazionale per salvare le popolazioni somale dalla morte per fame assumeva proporzioni sempre più rilevanti, ma ľ'afflusso degli aiuti era talmente ostacolato che si calcolava che soltanto il 20% dei soccorsi giungesse a destinazione. Per quanto il generale Aidid sostenesse, in ogni conferenza stampa, di avere in mano la situazione, in realtà egli non riusciva neppure a controllare i propri uomini. Gli episodi di banditismo e di sciacallaggio non si contavano più. Si aggiunga che mancava ogni coordinamento nella distribuzione dei viveri, così accadeva che una regione fosse privilegiata e un'altra del tutto dimenticata.

A Baidoa, ad esempio, dove mediamente morivano 230 persone al giorno, gli aiuti giungevano con il contagocce. A complicare le cose, all'annuncio dell'arrivo dei primi aiuti, erano accorsi a Baidoa, che già aveva una popolazione di 45 mila abitanti, altri 60 mila disperati dalle campagne. Cosicché neppure l'acqua bastava per tutti. E la sua distribuzione dava luogo a risse tremende nelle quali prevalevano i più forti. «La città sembra colpita da un'orribile pestilenza. - riferiva un testimone, il giornalista Giovanni Porzio - I neonati hanno il volto coperto da fazzoletti di stoffa sudicia.[...] Solo chi ha ancora parenti vivi avrà diritto ad una sepoltura individuale. Per gli altri ci sono le fosse comuni».

A Chisimaio, dove gli scontri fra le varie fazioni erano stati particolarmente feroci e prolungati, la situazione non era migliore. Quasi tutti i bambini sotto i dieci anni di età erano morti e i sopravvissuti erano così descritti dall'ambasciatrice dell'UNICEF Audrey Hepburn:

“Aspettano solo di essere nutriti, non hanno emozioni. Se gli passi una mano davanti agli occhi non reagiscono, lo sguardo resta fisso nel vuoto. Colpisce, poi, l'innaturale silenzio, assoluto, che li circonda. Quei bimbi non parlano, non ridono, non scherzano come i loro coetanei nel resto del mondo. Sono traumatizzati dalla fame. Toccandoli, hai paura di fargli male, quasi il loro corpo fosse sul punto di disintegrarsi, di diventare polvere.”


Intanto andava facendosi strada il convincimento, nelle cancellerie e nelle sedi delle organizzazioni di soccorso, che l'aiuto umanitario alla Somalia, per quanto ingente esso fosse, non sarebbe servito a molto se contemporaneamente non si fosse trovata una soluzione politica alla crisi somala. Si decideva pertanto di convocare al più presto a Ginevra una conferenza internazionale degli ottantanove paesi donatori per mettere a punto un piano che contemplasse anche la pacificazione e la ricostruzione della Somalia. Nel frattempo l'inviato speciale di Boutros Ghali, Mohamed Sahnoun, proseguiva la sua difficile missione di riconciliazione viaggiando in continuazione da un «signore della guerra» all'altro. In un'intervista all'«Associated Press», il diplomatico algerino faceva il punto sulla situazione:

“La società somala si è frantumata in mille pezzi, per cui si possono immaginare le difficoltà per rimetterli insieme. I somali, per sopravvivere, si fidano soltanto delle proprie famiglie e dei propri sotto-clan. Essi sono estremamente gelosi di ogni potere, per quanto piccolo possa essere. Così il nostro compito è ora quello di cercare di riconciliare la gente a livello locale e regionale, e in seguito, se avremo fortuna, a livello nazionale. Abbiamo fatto alcuni progressi. Stiamo cercando di fare buon uso dei Consigli degli anziani. Il loro ruolo tradizionale è stato in parte compromesso dai gruppi armati e dai signori della guerra, ma la loro abilità nel mediare e nel conciliare è ancora importante.”


Il 12 ottobre 1992 si apriva a Ginevra, sotto l'egida delle Nazioni Unite, l'attesa conferenza dei paesi donatori. E mentre la giapponese Sadako Ogata, responsabile dell'Alto Commissariato dell'ONU per i profughi, ricordava ai convenuti che i somali che erano stati costretti ad abbandonare la loro patria superavano ormai il milione e che anche nei campi profughi in Kenya e in Etiopia le loro condizioni erano sovente tragiche, Mohamed Sahnoun faceva un bilancio dettagliato della situazione all'interno della Somalia.


   20 giugno 1993, alcune donne caricano grano in un centro di distribuzione alimentare a Mogadiscio, in Somalia. Si   stima che circa 350.000 somali siano morti a causa della guerra, della carestia e delle malattie nell'anno     precedente.

Per poter coprire con gli aiuti l'intero territorio somalo, riferiva, era necessario passare dalle attuali 20 mila tonnellate di viveri al mese a 50 mila. Precisava inoltre che in tutta la Somalia funzionavano parzialmente soltanto dodici ospedali sui settanta esistenti, e che il sistema di distribuzione dell'acqua potabile appariva distrutto in quasi tutte le città. Secondo i suoi calcoli, infine, negli ultimi diciotto mesi erano morte in Somalia 300 mila persone, in gran parte bambini. La situazione politico-militare nel paese era ancora molto confusa, ma Sahnoun non disperava di poter convocare una conferenza di pacificazione entro la fine del 1992.



L'OPERAZIONE «RESTORE HOPE»

Boutros Ghali si andava convincendo che contro la follia omicida dei «signori della guerra» non c'era altro mezzo che l'impiego della forza. Il 23 novembre inviava pertanto ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza una lettera con la quale li informava che, per mettere fine in Somalia «al regno dell'estorsione e del ricatto» e per assicurare la distribuzione degli aiuti, era ormai «indispensabile» inviare a Mogadiscio un forte contingente di truppe. A questa conclusione era giunto dopo il moltiplicarsi degli assalti ai convogli di viveri e dopo che il generale Aidid aveva espulso dalla Somalia il coordinatore dell'assistenza umanitaria dell'ONU, rivelando, con questo gesto, un atteggiamento sempre più ostile nei confronti delle Nazioni Unite.

La richiesta di Boutros Ghali veniva accolta il 25 novembre dal presidente degli Stati Uniti George Bush, il quale notificava al segretario generale dell'ONU che Washington era pronta ad inviare in Somalia 30 mila soldati. L'operazione, alla quale potevano partecipare anche altri paesi, sarebbe stata condotta sotto l'egida delle Nazioni Unite, anche se il comando militare sarebbe toccato ad un generale americano.

Il 3 dicembre i quindici membri del Consiglio di Sicurezza prendevano atto dell'offerta degli Stati Uniti e approvavano all'unanimità la risoluzione n. 794, che autorizzava l'uso di «tutti imezzi necessari», inclusa la forza militare, per assicurare al più presto «le condizioni» per una sicura e stabile distribuzione degli aiuti umanitari in Somalia. Trionfava così la tesi di Boutros Ghali, che riteneva inutile l'inoltro degli aiuti se contemporaneamente non si fosse operato il completo disarmo delle fazioni in lotta.

Nei giorni successivi altri paesi, come l'Italia, la Francia, il Canada, il Belgio, il Marocco, l'Egitto e la Nigeria annunciavano la loro adesione al progetto di intervento e mettevano a disposizione, tutti insieme, altri 16 mila uomini. Ma l'iniziativa non incontrava l'approvazione delle Organizzazioni non governative (Ong) che operavano in Somalia. «Ogni idea che 30 mila soldati imposti come una forza di invasione - dichiarava Mark Bowden, dirttore di Save the Children per I'Africa - possano in qualche modo risolvere la questione deve essere condannata come inopportuna e inaccettabile. Il coordinatore dell'organizzazione americana CARE, Howard Bell, sosteneva, a sua volta: «Un intervento militare non costituisce una soluzione a lungo termine. Bisogna cercarla sul piano politico». L'ambasciatore americano a Nairobi, Smith Hempstone, era addirittura catastrofico nelle sue previsioni: «Se avete amato Beirut, adorerete Mogadiscio».

Ma oramai la macchina militare era in moto e nella notte fra l'8 e il 9 dicembre 1992 i marines americani sbarcavano sulla spiaggia di Mogadiscio protetti da elicotteri da combattimento Cobra. Era la prima volta, nella storia del XX secolo, che un corpo di spedizione, in tempo di pace, sbarcava in un paese senza che nessuno ve lo avesse espressamente invitato. «Dopo la Somalia, a quale altro paese africano toccherà?», si chiedeva François Soudan, che avvertiva il pericolo di «una ricolonizzazione del continente» e di una retrocessione dell'Africa «all'età infantile».

In meno di tre settimane le forze multinazionali (20 mila soldati americani e 16 mila appartenenti ad altri ventun paesi), al comando del generale americano Bob Johnston, occupavano i centri più importanti della Somalia meridionale, il che consentiva di sfamare e di assistere sotto il profilo sanitario oltre un milione di somali.

Era indubbiamente un buon inizio. Ma c'erano ancora altri tre milioni di somali nel centro e nel nord del paese che non avevano ancora ricevuto un solo chicco di riso. E per il semplice motivo che vivevano in regioni ancora funestate dalla guerra intertribale.


   Mogadiscio, anni '90: miliziani somali pattugliano le strade della capitale a bordo di una technical, il veicolo      simbolo della guerra civile.

Il problema del disarmo delle fazioni assumeva dunque una indubbia urgenza.Tanto da autorizzare il generale Johnston a dare l'assalto, il 7 gennaio 1993, al più importante fra gli arsenali di Aidid in Mogadiscio e a polverizzarlo in pochi minuti. Nei giorni successivi le forze multinazionali dell'Operation Restore Hope distruggevano altri arsenali a Baidoa, ad Afgoi, nella zona del mercato Bakkara a Mogadiscio, e battevano duramente le truppe del generale Mohamed Said Hersi Morgan, genero di Siad Barre, che intendeva impadronirsi di Chisimaio. La volontà del generale Johnston di affrontare con energia i problemi della sicurezza non sembrava però trovare conferma nelle decisioni di Washington, dopo che Bill Clinton era subentrato al presidente Bush. Per il corpo di spedizione americano cominciava infatti a spirare aria di smobilitazione.

In realtà, l'85% del costo dell'intera operazione Restore Hope gravava sugli Stati Uniti e la nuova amministrazione Clinton aveva fatto sapere che intendeva ridurre al 30% il contributo americano. Il 22 gennaio, infatti, il governo degli Stati Uniti chiedeva ufficialmente alle Nazioni Unite di assumere il comando della forza multinazionale in Somalia e alla stessa data ordinava il rientro in patria di un primo scaglione di 2.700 marines.

Si arrestava così, sul nascere, l'azione di disarmo dei «signori della guerra», alla quale Boutros Ghali intendeva dare, a torto o a ragione, la precedenza assoluta. Quando essa verrà ripresa, nel giugno, il corpo di spedizione non conterà più che 15 mila uomini (il 31 gennaio 1993 ne contava 38.300), male armati, poco affiatati e scarsamente coordinati.

In quelle condizioni, e con la presenza americana notevolmente ridotta, ogni attività di disarmo era votata all'insuccesso. Si aggiunga che alcuni contingenti, come quello italiano, operavano spesso autonomamente, con obiettivi e motivazioni differenti da quelli del comandante in capo, il che toglieva al dispositivo militare multinazionale un'ulteriore capacità di intervento. Se il disarmo era dunque possibile in gennaio, sei mesi dopo, con i «signori della guerra» che oltretutto avevano approfittato della tregua per potenziare i loro arsenali, si sarebbe profilato come un'impresa insensata.



LA CONFERENZA DI ADDIS ABEBA

Mentre le armi tacevano, il 4 gennaio 1993 si apriva ad Addis Abeba, con la mediazione dell'ONU, la «Riunione informale preparatoria sulla riconciliazione nazionale in Somalia». Vi prendevano parte i rappresentanti di quattordici fra movimenti armati e formazioni politiche. Anche il Somaliland, che nel 1991 aveva scelto la strada della secessione, aveva inviato cinque rappresentanti, seppure soltanto a titolo di osservatori. Fin dall'inizio, soprattutto per gli ostacoli frapposti dal generale Aidid, la conferenza sembrava destinata al naufragio, ma il 15 gennaio le parti trovavano finalmente un accordo di massima e si riconvocavano ad Addis Abeba per il 15 marzo. L'accordo prevedeva:

  • 1) L'immediata fine dei combattimenti.
  • 2) La liberazione dei prigionieri.
  • 3) La restituzione, ai legittimi padroni, delle proprietà confiscate durante la guerra civile.
  • 4) La consegna delle armi pesanti alla commissione di verifica della tregua.
  • 5) Il disarmo delle milizie e la loro dislocazione in aree fuori dalle grandi città.
  • 6) La loro smobilitazione in attesa che venisse deciso il futuro status delle milizie.
  • 7) Il disarmo immediato dei guerriglieri irregolari e dei fuorilegge, e la loro riabilitazione e integrazione nella società civile.

  • Sulla carta, l'accordo non faceva una grinza. Ma quanto sarebbe durata la tregua? A tre mesi dall'inizio dell'operazione Restore Hope, la situazione in Somalia, dal punto di vista alimentare, era sicuramente migliorata, tanto che nella stessa Baidoa, la «città martire», i decessi quotidiani erano scesi da 200 a 10 e i monatti in attività erano passati da 78 a 14. Ma per quanto concerne la sicurezza nel paese, la situazione era ancora molto precaria. E si possono capire le proteste di Boutros Ghali, il quale dichiarava di non essere ancora pronto ad assumere in prima persona la responsabilità dell'UNOSOM-2. Tanto più che, con la metà dei soldati della Restore Hope, avrebbe dovuto condurre a termine il disarmo delle fazioni e distribuire i viveri anche nella Somalia del Nord e nel Somaliland secessionista.

    Il 15 marzo, intanto, si apriva ad Addis Abeba la Conferenza di riconciliazione nazionale, questa volta turbata da un nuovo tentativo del generale Morgan di impadronirsi di Chisimaio. Dopo una maratona negoziale durata ben tredici giorni, le quindici fazioni somale giungevano finalmente ad un accordo, che prevedeva il disarmo generale entro novanta giorni e la formazione di un Transitional National Council (TNC) di settantaquattro membri, incaricato di esercitare la duplice funzione di «autorità centrale» e di «assemblea costituente», in attesa che venissero creati un governo ed un parlamento.


       Alcuni uomini armati somali imbracciano lanciarazzi e RPG-7 per le strade di Mogadiscio.

    La Somalia sembrava dunque decisa ad adottare un sistema federale di governo e a deporre, finalmente, le armi. Ma la costante violazione degli accordi precedenti suggeriva di guardare ai risultati di Addis Abeba con molta cautela. L'agenzia umanitaria African Rights faceva infatti notare che «nessuna delle cause che sono all'origine della tragedia è stata eliminata: le milizie non sono state disarmate, le aggressioni e le rapine continuano e la riconciliazione nazionale è ancora un miraggio».

    Il 3 maggio si concludeva l'operazione Restore Hope e prendeva l'avvio, sotto la guida diretta delle Nazioni Unite, l'UNOSOM-2. Per l'occasione, il generale americano Robert Johnston passava le consegne al generale turco Cevik Bir. Con il cambio della guardia, riprendevano anche i tentativi per disarmare le fazioni. Ma questa volta le milizie somale avrebbero difeso ad oltranza i loro santuari, nonostante gli accordi di Addis Abeba. Il 5 giugno, infatti, reparti di caschi blu che avevano come obiettivo la distruzione di alcuni depositi di armi del generale Aidid venivano attaccati e respinti con pesantissime perdite: 24 soldati pakistani uccisi, 50 feriti e 12 dispersi. La strage avrebbe potuto avere dimensioni ancora più inquietanti, se non fossero intervenuti, a liberare i pakistani assediati, alcuni reparti corazzati dell'ITALFOR.

    Il combattimento del 5 giugno, il più cruento da quando era iniziata l'operazione Restore Hope, provocava l'immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e l'adozione della risoluzione n.837 con la quale si autorizzava Boutros Ghali «a prendere tutte le misure necessarie contro i responsabili degli attacchi armati, inclusi coloro che hanno pubblicamente suggerito questi attacchi». Ma ancora prima che si aprisse l'inchiesta sui fatti, l'istigatore della strage era indicato nella persona del generale Aidid e sul suo capo veniva posta una taglia di 25 mila dollari. La caccia ad Aidid, sempre infruttuosa, sarebbe continuata per cinque mesi, trasformando l'operazione in atto da umanitaria in squisitamente militare. Commentando i raid contro Aidid, che si concludevano sempre con stragi di civili, «Le Monde» così si esprimeva: «Il desiderio di vendetta - anche se comprensibile - non deve in ogni caso ispirare le azioni dei caschi blu, inviati in Somalia non per esercitare rappresaglie, ma per salvare uomini e donne dalla fame».

    La decisione di Boutros Ghali di indicare Aidid come il nemico numero uno e di chiederne la testa, creava un certo disagio all'interno della forza multinazionale. Il comandante del contingente italiano, generale Bruno Loi, sosteneva, ad esempio, che «gli obiettivi militari oggetto della rappresaglia ci erano stati offerti pacificamente dagli uomini di Aidid, ma gli USA hanno fatto orecchie da mercante e non ne hanno voluto sapere». Dal canto suo, il ministro italiano della Difesa, Fabio Fabbri, invitava il vertice dell'UNOSOM-2 «a controllare meglio le sue azioni per evitare questi massacri e incidenti di percorso, che mettono in crisi e incrinano l'immagine dell'ONU.

    Le critiche di Loi e di Fabbri contenevano sicuramente elementi di verità, ma erano anche il frutto di astii e malumori mal dissimulati. Come antica potenza coloniale, presente in Somalia quasi ininterrottamente dal 1889 al 1960, l'Italia si arrogava il diritto «di contare di più non solo sul piano esecutivo, ma anche in quello decisionale, e chiedeva con insistenza, per il generale Loi, il ruolo di vicecomandante delle forze onusiane. Tanto I'ONU che gli Stati Uniti, invece, non soltanto non erano disposti ad accrescere il peso del contingente italiano, ma sin dall'inizio dell'operazione, nel 1992, avevano cercato di dissuadere l'Italia dal partecipare alla Restore Hope, proprio perché non era amata in Somalia per il suo passato di potenza coloniale e per l'appoggio incondizionato che aveva dato al regime di Siad Barre. Aveva così inizio una lunga stagione di incomprensioni, di dissensi, di reciproche accuse, di schiaffi dati e ricevuti, che si concludeva in settembre con il ritiro del contingente italiano da Mogadiscio e a sua dislocazione più a nord, lungo l'Uebi Scebeli.



    IL TRIONFO DI AIDID

    Per altri motivi, anche Bill Clinton era scontento della piega che avevano assunto gli avvenimenti in Somalia. Aveva ereditato da Bush questa patata bollente e non vedeva l'ora di sbarazzarsene. Il 28 settembre, dopo che un missile di Aidid aveva distrutto un elicottero americano uccidendo i suoi tre occupanti, Clinton dichiarava:

    “E'giunta l'ora di varare una strategia politica che restituísca la Somalia ai somali. Non siamo andati a Mogadiscio per stabilire un protettorato, né per governare la Somalia.[...] Ogni missione di pace, ogni missione umanitaria deve avere la sua scadenza.”


    Il presidente degli Stati Uniti non fissava ancora una data, ma una cosa era certa: gli americani, il cui numero era sceso da 20 mila a 5 mila, avrebbero presto lasciato la Somalia. L'annuncio di Clinton di passare dallo scontro armato al dialogo, in pratica sconfessando la condotta delle Nazioni Unite, provocava l'immediata e aspra reazione di Boutros Ghali.

    In una lettera indirrizzata alla Casa Bianca, egli scriveva, tra l'altro:

    Ogni restrizione nell'uso della Forza di pronto intervento americano minerebbe alla base la capacità della missione di pace di disarmare le parti e contraddirebbe gli accordi che erano intercorsi. [...] Il ritiro di forze avrebbe come conseguenza la decomposizione dell'intera operazione.

    Boutros Ghali aveva probabilmente ragione quando individuava nel disarmo delle bande lo strumento essenziale per riportare la Somalia alla normalità. Ma l'operazione di disarmo delle milizie doveva essere condotta dalle truppe americane quando erano nel pieno delle forze e non dalle più deboli, scoordinate e rissose truppe dell'ONU.


       3 gennaio 1993, Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros-Ghali viene accolto da un gruppo di bambini     somali al suo arrivo per visitare il centro di soccorso "Lafoole", a 25 km da Mogadiscio.

    Boutros Ghali commetteva dunque un grave errore nell'insistere a dare la caccia ad Aidid, tanto più che Bill Clinton si era ormai convinto che la battaglia contro il generale era irrimediabilmente persa. Gli ultimi scontri avevano largamente dimostrato che a questo «signore della guerra» bastavano dai 300 ai 400 miliziani per controllare l'intera Mogadiscio e renderla impraticabile alle forze dell'ONU. Se Clinton avesse avuto ancora qualche dubbio, i fatti del 3-4 ottobre sarebbero bastati da soli a persuaderlo che la partita era persa.

    In meno di ventiquattro ore, infatti, i miliziani di Aidid abbattevano cinque elicotteri americani, uccidevano 18 rangers, ne ferivano 78 e ne catturavano altri. Tre giorni dopo il presidente degli Stati Uniti annunciava che avrebbe ritirato dalla Somalia il contingente americano non più tardi del 31 marzo 1994.

    Dallo scontro fra Clinton e Boutros Ghali usciva vincitore il generale Aidid, il quale non soltanto riusciva a far revocare la risoluzione n. 837 dell'ONU, che lo aveva indicato come un nemico da abbattere, ma otteneva addirittura di fruire della protezione americana quando poneva il piede su di un bimotore dell'aviazione statunitense che lo avrebbe condotto ad Addis Abeba, dove, il 29 novembre 1993, si apriva un'ennesima conferenza di riconciliazione. Nonostante gli sforzi del presidente etiopico Meles Zenawi, che impegnava tutta la propria autorità nel tentativo di riconciliare il generale Aidid con il presidente provvisorio Ali Mahdi, la conferenza si chiudeva con un nulla di fatto. Ma dai colloqui di Addis Abeba emergeva tuttavia la chiara volontà dei capi somali di riappropriarsi interamente della gestione politica e amministrativa del paese eliminando ogni traccia palese od occulta del «protettorato» onusiano.

    Trionfava dunque la tesi di Aidid, che voleva sbarazzarsi al più presto di ogni presenza straniera. Un Aidid che, grazie ai ripensamenti di Washington, non era più il capobanda che si nascondeva nella giungla urbana di Mogadiscio, ma un leader completamente riabilitato, la cui statura cresceva giorno dopo giorno, soprattutto all'interno della Somalia, dove appariva come il solo capo che si fosse realmente battuto in difesa della sovranità del paese.

    Il 19 dicembre 1993, dopo aver passato in rivista e truppe dell'ITALFOR schierate a Balad, il ministro della Difesa Fabbri annunciava: «Gli italiani lasceranno la Somalia con gli ultimi americani. Abbiamo fatto qui il nostro dovere e pagato un alto prezzo. La missione si concluderà entro la fine di marzo». Soltanto qualche mese prima I'Italia aveva fatto fuoco e fiamme per ottenere un peso maggiore nella gestione dell'UNOSOM-2, tanto da arrivare quasi alla rottura con Washington e le Nazioni Unite. Ora invece, a dimostrazione del dilettantismo e del velleitarismo della sua classe dirigente, si accingeva ad abbandonare la Somalia al suo destino.

    Spiegava il ministro Fabbri: «E' un po' il gioco del cerino. L'ultimo che lo prende si brucia le dita, ed è per questo che ce ne andremo insieme agli americani».

    Del resto non era soltanto l'Italia che si ritirava sconfitta dalla Somalia. Ad alzare la bandiera bianca di una resa incondizionata dinanzi ai «signori della guerra» erano tutti i paesi dell'Occidente.

    Una resa, - scriveva Vladimiro Odinzov - mascherata da motivi economici, sociali, diplomatici, ma che nasconde non solo il fallimento clamoroso della missione UNOSOM-2, ma soprattutto quello dell'ambizioso progetto dell'ONU di una forza politico-militare internazionale capace di intervenire per spegnere tutti i focolai di crisi nel mondo.



    L'ONU ABBANDONA LA SOMALIA

    Alla scadenza fissata del 31 marzo 1994 si imbarcavano gli ultimi soldati americani e gli ultimi reparti dell'ITALFOR. Ad andarsene, per primi, erano stati i francesi, seguiti dai tedeschi e dai canadesi. Con il ritiro dei contingenti europei ed americani restavano in Somalia soltanto 15 mila uomini, tutti appartenenti ai paesi del Terzo Mondo, in particolare al Pakistan, all'India e al Bangladesh. Si aggiunga che i contingenti rimasti erano male armati e parecchio demotivati. Comunque il loro compito si esauriva nella scorta ai convogli di viveri. Per il resto, stavano sulla difensiva, barricati nei loro accampamenti.

    Pochi giorni prima che il grosso dell'UNOSOM-2 abbandonasse la Somalia, i leader delle quindici fazioni somale cercavano una nuova intesa, questa volta a Nairobi. Il 24 marzo 1994 raggiungevano un accordo di massima sull'urgenza di mettere a punto gli strumenti per costituire il Transitional National Council. Nei mesi successivi venivano tenute altre conferenze, a livello regionale, a Mogadiscio, Chisimaio, Dobley. Il 29 aprile 1994, infine, dopo lunghi colloqui con i dirigenti della Somali National Alliance, il governo provvisorio del Somaliland annunciava la fine della secessione e la ricomposizione della vecchia Somalia. Questa crescita dell'attività politica era indubbiamente un segno molto confortante, ma nel paese, sfortunatamente, regnava ancora l'insicurezza, i convogli di viveri subivano ancora attacchi e a Mogadiscio le fazioni di Aidid e di Ali Mahdi erano sempre sul piede di guerra.


       3 dicembre 1992, Le truppe del generale Mohammed Farah Aidid, leader di un clan, con una tecnica.

    Avvicinandosi, intanto, la data della fine della missione dell'UNOSOM-2 e del totale reimbarco delle rimanenti forze onusiane, il 24 ottobre si riunivano a Nairobi i responsabili delle Agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e annunciavano al popolo somalo che avrebbero continuato il loro programma di assistenza e di riabilitazione anche dopo la scadenza del mandato dell'ONU. Tuttavia esprimevano il timore di non essere in grado di assistere le popolazioni somale in assenza dei contingenti militari o di garanzie sul piano della sicurezza. Nel loro documento finale rivolgevano un pressante appello alle donne della Somalia perché continuassero a contribuire, con i loro sforzi, alla pacificazione del paese, senza la quale l'opera delle Agenzie sarebbe stata vana.

    Il 27 ottobre 1994, appena concluso l'incontro di Nairobi, giungeva a Mogadiscio una missione, inviata espressamente dal Consiglio di Sicurezza, che aveva il compito di incontrare i rappresentanti dei quindici movimenti dell'ex Somalia Italiana e il delegato del Somaliland. Guidata dall'ambasciatore neozelandese Colin Keating, la delegazione doveva verificare la reale situazione nel paese e valutare i pericoli che il corpo di spedizione avrebbe corso al momento del suo totale ritiro.

    Keating era anche latore di un messaggio, diretto a tutti i capi delle fazioni, nel quale si ribadiva che le truppe dell'UNOSOM-2 avrebbero lasciato la Somalia entro il 31 marzo 1995, e nel quale si invitavano i leader somali a cooperare perché il reimbarco degli ultimi 15 mila caschi blu avvenisse senza incidenti. «La conclusione del mandato dell'UNOSOM-2», si leggeva inoltre nel documento, «non significa che le Nazioni Unite intendano abbandonare la Somalia». L'ONU avrebbe mantenuto le sue Agenzie umanitarie in Somalia e avrebbe anche continuato a lavorare, con l'OUA e i paesi confinanti con la Somalia, per promuovere la riconciliazione nel paese.

    Nel messaggio del Consiglio di Sicurezza si leggeva infine che la comunità internazionale provava «un senso di profondo disappunto nel constatare la mancanza di progressi nel processo di riconciliazione e nel miglioramento delle condizioni di sicurezza» e si augurava che i leader somali si assumessero finalmente la responsabilità di guidare il paese fuori dal caos.

    La risposta di tredici (su sedici) leader somali era immediata. In un loro Memorandum, che porta la data del 27 ottobre, ringraziavano il Consiglio di Sicurezza per i «suoi continui sforzi per risolvere le divergenze» fra i somali e ponevano l'accento sulla recente crescita dell'attività politica, che aveva creato nel paese una nuova atmosfera di dialogo e di comprensione.

    "Siamo lieti di informarvi - recitava il Memorandum - che oggi la pace e la stabilità e un senso di risveglio nazionale si stanno materializzando in tutto il paese". C'era qualche esagerazione in questo documento, ma in realtà qualche passo in avanti era stato fatto. Se la sicurezza nel paese era ancora precaria e a Mogadiscio, di tanto in tanto, si riaccendeva la battaglia, era anche vero che gli shir (assemblee) si moltiplicavano e che, accanto ai nuovi leader, facevano sentire la loro voce anche gli anziani e le donne. Dopo il grande massacro, si avvertiva in tutti gli strati della società somala un grande desiderio di pace, di tornare alla normalità.

    Questa volontà di riappacificazione riceveva senza dubbio una precisa conferma il 1° novembre 1994, quando, ad appena quattro giorni dalla visita della missione del Consiglio di Sicurezza, si aprivano a Mogadiscio i lavori di una Conferenza di riconciliazione nazionale che si sarebbero protratti sino al 15 giugno 1995, con risultati apparentemente positivi.

    Alla cerimonia di chiusura della Conferenza, presieduta da Mohamed Qanyere Afrah, partecipavano quindici su sedici movimenti somali e 1.800 delegati provenienti da tutte le regioni della Somalia. Nel corso dell'ultima seduta della Conferenza veniva approvata all'unanimità la Costituzione transitoria.

    Dopodiché si passava ai voti. A presidente della Repubblica era eletto il generale Aidid. Lo affiancavano cinque vicepresidenti, mentre il governo provvisorio (in carica per tre anni) comprendeva trenta ministri e trentuno sottosegretari, appartenenti a tutte le etnie.

    Il 19 giugno il governo provvisorio diramava un documento nel quale era sintetizzato il programma per riportare la Somalia nel consesso delle nazioni.

    Il programma riguardava:

  • Il disarmo delle fazioni e il ripristino dell'ordine e della legalità.
  • L'istituzione di un sistema federale di governo e l'introduzione del pluripartitismo.
  • La risistemazione dei profughi e la riabilitazione dei perseguitati politici.
  • La ricostruzione del paese, con particolare attenzione ai settori della sanità e dell'istruzione.

  • La nuova Somalia avrebbe anche adottato un'economia di mercato ed avrebbe promosso il settore privato ed incoraggiato gli investimenti stranieri.

    A quattro anni e mezzo dalla fuga di Siad Barre da Mogadiscio e dal crollo dell'ultimo governo legale, la Somalia si dava una Costituzione e un governo che, seppure provvisori, avrebbero potuto porre fine all'anarchia e restituire al paese parte della dignità che era andata perduta. I membri del nuovo governo facevano inoltre rilevare che a questi importanti risultati erano giunti senza la mediazione dell'ONU, anzi subito dopo che i caschi blu avevano lasciato la Somalia.

    Tra il 27 febbraio e il 2 marzo 1995, nell'ambito dell'operazione United Shield, gli ultimi contingenti di truppe onusiane si erano infatti reimbarcati sotto la protezione dei marines americani e dei marò italiani. L'evacuazione si era compiuta nel massimo ordine e senza spargimenti di sangue, segno che le varie fazioni somale avevano ascoltato l'appello della missione del Consiglio di Sicurezza a collaborare.

    Eppure i pronostici erano stati di tutt'altro segno. Titolava «La Stampa» del 28 febbraio: I marò italiani sbarcano all'inferno. Il «Corriere della Sera» non era da meno: Mogadiscio, ritiro con il fiato sospeso.


       27 marzo 1994, Donne somale cantano e ballano a Mogadiscio durante una manifestazione organizzata     dall'Alleanza Nazionale Somala del Generale Aidid. Per celebrare l'accordo di pace firmato il 24 marzo tra il       presidente ad interim della Somalia, Ali Mahdi Mohamed, e il suo rivale Aidid.

    Invece tutto era filato liscio, grazie anche ad un cordone di mille poliziotti somali che aveva fatto da cuscinetto tra le fazioni armate e le truppe dell'ONU che se ne andavano con armi e bagagli. Gli organi di stampa di tutto il mondo avevano anche pronosticato che, partito l'ultimo marine, la guerra civile si sarebbe riaccesa facendo ripiombare la Somalia nel peggiore dei caos. Anche questa profezia non doveva avverarsi.

    «La catastrofe annunciata, che doveva seguire al ritiro degli eserciti dell'ONU, non c'è stata; né poteva esserci. - scriveva “Intersos" - Bastava osservare da vicino la realtà somala, quella delle regioni, dei villaggi, della gente, per capirlo, per accorgersi che la realtà era multiforme, che ciò che accadeva a Mogadiscio o in una particolare regione, non necessariamente doveva accadere nelle altre regioni. Non si è tenuto conto nemmeno delle testimonianze delle organizzazioni umanitarie, che anzi sono state invitate ad abbandonare la Somalia».

    Le Nazioni Unite, dunque, avevano fallito in Somalia, al punto che avevano dovuto ritirare i propri soldati per consentire ai somali di raggiungere un primo risultato apprezzabile. Boutros Ghali, del resto, non nascondeva l'insuccesso, ma ne attribuiva la colpa ai «signori della guerra»:

    «E' una situazione nuova nella storia delle Nazioni Unite. Sino ad oggi, l'ONU non si ritirava da un paese che dopo aver portato a termine la sua missione. Ciò rivela chiaramente che, senza la volontà politica dei protagonisti, noi non possiamo imporre la pace. Abbiamo cercato di farlo durante tre anni in Somalia; ma non ci siamo riusciti».

    In realtà, come osserva Alberto Jacoviello, il fallimento dell'ONU era scritto fin dall'inizio e stava nei limiti stessi del mandato assegnato al corpo di spedizione: assolvere a un dovere umanitario di soccorso a popolazioni stremate da una «guerra per bande» devastatrice, e tentare di cercare una possibile pace tra i capi delle fazioni senza tuttavia imporla con le armi. Le ambiguità contenute in un tale mandato non hanno tardato a rivelarsi.

    Ma c'era di più. Non soltanto l'ONU non era riuscito a fermare la guerra civile in Somalia, ma l'aveva addirittura finanziata attraverso un meccanismo perverso.

    Victor Gbeho, rappresentante di Boutros Ghali in Somalia, confessava che buona parte dei 5 mila miliardi di lire che I'UNOSOM aveva profuso nel paese era finita nelle tasche dei «signori della guerra»:

    «Certo questo denaro non è servito a costruire scuole né ospedali. Abbiamo contribuito a finanziare indirettamente la guerra».

    Il segretario di Stato americano Warren Christopher negava tuttavia che la missione dell'ONU fosse stato un fallimento totale: «Non è stato il successo che speravamo, ma abbiamo ottenuto buoni risultati, primo fra i quali aver salvato almeno 110 mila vite umane»». Cifra che Boutros Ghali faceva salire a 250 mila.

    Umiliata in Somalia e in Bosnia, oberata da quattromila miliardi di debiti, criticata per la sua inefficienza e per la sua burocrazia abnorme e corrotta, l'ONU celebrava il 26 giugno 1995 i suoi cinquant'anni in un clima rovente ed amaro. L'organismo va sicuramente riformato per evitare la bancorotta e la totale perdita di prestigio. Ma non può essere soppresso.

    «Finché ci saranno popoli in cerca di identità nazionali, o popoli che cercano di proteggersi dalle aggressioni - precisava Boutros Ghali nel discorso ufficiale al Palazzo di Vetro -, finché i popoli ambiranno a creare un mondo migliore per i loro figli, l'ONU continuerà nella sua opera e riuscirà».



    UN FUTURO ANCORA INCERTO

    Cinque giorni dopo l'ordinato reimbarco delle truppe dell'ONU, Javier Mellado di «El Mundo» intervistava il generale Aidid e gli poneva, fra le altre, questa domanda: «Perché l'ONU ha fallito in Somalia?». Aidid rispondeva:

    “Perché è venuta per prestare un aiuto umanitario e invece ha cercato di colonizzare il paese, di dominarlo. Ha cominciato a fare la guerra, a distruggere proprietà, ad uccidere... e questo non potevamo proprio permetterlo. Abbiamo bisogno di collaborazione, di aiuti umanitari: che tornino le organizzazioni non governative e anche gli organismi dipendenti dall'ONU, non le sue truppe.”


    Per Aidid, che è stato il più spietato fra i «signori della guerra» e sicuramente uno dei responsabili dell'ecatombe somala, le risposte al giornalista di «El Mundo» potevano sembrare ipocrite e persino provocatorie. E tuttavia c'era del vero in esse.

    E' indubbio che Ali Mahdi aveva potuto ricoprire il ruolo di grande avversario di Aidid anche perché aveva goduto dell'appoggio delle Nazioni Unite, le quali avevano tentato anche in Somalia di applicare l'eterno marchingegno del divide et impera. Alcuni fra gli scontri più sanguinosi che si sono verificati nella capitale hanno certo avuto come suggeritori uomini che se ne stavano al sicuro dentro al campo trincerato dell'UNOSOM.

    Non per nulla il «presidente ad interim» Ali Mahdi aveva pianto per la partenza delle truppe onusiane, e dopo il 2 marzo 1995 non aveva più fatto sentire la sua voce. Aveva disertato, unico leader somalo, la Conferenza di Mogadiscio e non aveva detto né si né no all'offerta di ricoprire una delle cinque vice-presidenze della Repubblica.

    Intanto, mentre la Somalia era ancora in una sorta di limbo e nessun paese si accingeva a riconoscere il governo di Aidid, così come, del resto, non aveva riconosciuto quello di Ali Mahdi, il presidente Aidid cominciava a tessere la propria tela lanciando appelli al mondo.

    All'Italia, amata ed insieme odiata, chiedeva che rimettesse «in funzione una struttura di sicurezza, di polizia, mettendo a disposizione equipaggiamenti logistici di vari tipi, divise, addestramenti e quanto altro si renderà necessario. [...] Abbiamo bisogno di tutto. Di personale esperto e scelto che possa contribuire alla rinascita della Somalia».

    Alla comunità internazionale faceva invece sapere che la fame era tornata ad attanagliare le popolazioni delle regioni del Benadir, del Basso Giuba, del Medio Scebeli, del Bakol e del Nord. Faceva quindi appello alle Agenzie umanitarie e alle Organizzazioni non governative perché ritornassero in Somalia a portare la loro indispensabile assistenza.

    Ma Aidid aveva sottovalutato Ali Mahdi. Aveva commesso l'errore di considerarlo finito. Il 26 agosto 1995, mentre gli abitanti di Mogadiscio si stavano ormai abituando all'idea che la Somalia avesse nel generale Aidid un solo padrone, nelle vie della capitale, in prossimità della «linea verde», si riaccendeva furibonda la lotta tra gli Abgal di Ali Mahdi e gli Habàr Ghidìr di Aidid.

    Per tre giorni consecutivi i due clan rivali si davano battaglia impiegando cannoni, mortai, anticarro e lanciarazzi. Sul terreno rimanevano venti morti ed un centinaio di feriti. Il 29 tornava la calma, ma per poco. I combattimenti riprendevano infatti il 2 settembre, con altri undici morti, sei dei quali bimbi in tenera età fatti a pezzi da una bomba di mortaio.


        Il Generale Mohamad Farah Aidid.

    Il 6 settembre il generale Mohamed Farah Aidid invitava i suoi seguaci ad annientare la fazione avversara e qualche giorno dopo riportava la guerra anche a Baidoa, presidiata dalle forze di Ali Mahdi.

    L'occupazione di questa città, da parte di Aidid, faceva andare su tutte le furie Ali Mahdi, il quale lanciava un appello a tutti i somali invitandoli a cacciare dalla Somalia «il generale Aidíd ed i banditi suoi seguaci» e minacciando la «guerra totale» se il generale non avesse abbandonato Baidoa.

    Lo scontro fra i due presidenti rivali era complicato anche dal fatto che Osman Ato, un tempo braccio destro e finanziatore di Aidid, si era messo in proprio e cercava di proporsi come l'ago della bilancia.

    A dieci mesi dalla partenza delle forze dell'ONU la situazione in Somalia, con due «presidenti provvisori» in carica e altri che aspirano a ricoprire lo stesso ruolo, è più che mai confusa.

    E fa ripensare a quell'antica sentenza somala, in bilico tra la sfida arrogante e l'autoflagellazione, che dice:

    «Io e la Somalia contro il mondo. Io e il mio clan contro la Somalia. Io e la mia famiglia contro il clan. Io e mio fratello contro il clan. Io contro mio fratello».



    Mohamed Siad Barre



    Biografia
    Nato nel 1919 a Shilabo, Etiopia - morto il 2 gennaio 1995, Lagos, Nigeria. È stato il presidente della Somalia che ha esercitato un regime dittatoriale sul paese dall'ottobre del 1969, quando guidò un colpo di stato militare incruento contro il governo eletto, fino al gennaio del 1991, quando fu rovesciato in una sanguinosa guerra civile.

    Siad nacque in una famiglia nomade nel piccolo clan Marehan del gruppo di clan Daarood a Shilabo, in Etiopia , vicino al confine con quello che allora era il Somaliland italiano . Entrò a far parte della polizia somala nel 1941 e raggiunse il grado di ispettore capo. Nel 1950 Siad fu inviato all'accademia militare in Italia. Si trasferì nell'esercito nazionale somalo quando questo fu formato nel 1960. Siad divenne comandante in capo nel 1965 e fu promosso al grado di maggiore generale nel 1966.

    Dopo aver preso il potere il 22 ottobre 1969, Siad si autoproclamò capo di un Consiglio Supremo Rivoluzionario e impose un regime autocratico attraverso un culto della personalità e la rigida applicazione di un'ideologia ufficiale chiamata "socialismo scientifico". Rafforzò i rapporti con l' Unione Sovietica , mise ufficialmente al bando le lealtà di clan (pur servendosi degli anziani dei clan per ristabilire l'ordine nelle aree rurali) e promosse l'alfabetizzazione con l'introduzione di un alfabeto romano.

    A metà del 1977 Siad lanciò un'invasione dell'Etiopia per rivendicare la regione dell'Ogaden , abitata da una maggioranza etnica somala, ma l'Etiopia, con l'aiuto di Cuba e dell'Unione Sovietica, respinse il suo esercito l'anno successivo. Dopo aver rinunciato ai suoi legami con i sovietici, cercò l'aiuto degli Stati Uniti, ma le accuse di violazioni dei diritti umani danneggiarono la sua reputazione internazionale.

    Nel 1990, gli scontri tra clan e tra le milizie dei clan e il governo costrinsero Siad a promettere riforme, tra cui elezioni libere. Fu costretto a lasciare l'incarico nel gennaio 1991 e nel 1992 andò in esilio in Nigeria.




    Mohammed Farah Aidid



    Biografia
    Mohammed Farah Aidid è stato un generale e politico somalo nato a Belet Weyne il 15 dicembre 1934 ed è passato alla storia come una delle figure più influenti e controverse della guerra civile somala. Dopo aver ricevuto una solida formazione militare frequentando una scuola di fanteria a Roma in Italia e successivamente perfezionando i suoi studi strategici presso la prestigiosa Accademia Militare Frunze di Mosca in Unione Sovietica rientrò in patria dove prestò servizio come capo della sicurezza e ufficiale di alto livello nell'Esercito Nazionale Somalo sotto il regime dittatoriale di Mohamed Siad Barre che tuttavia lo fece imprigionare per 6 anni con l'accusa di complotto e in seguito lo allontanò politicamente nominandolo ambasciatore in India.

    Verso la fine degli anni '80 Aidid decise di abbandonare la carriera diplomatica per unirsi al gruppo ribelle del Congresso della Somalia Unita di cui divenne il principale leader militare guidando con successo l'offensiva che nel 1991 rovesciò definitivamente la dittatura di Barre e provocò il collasso dello Stato somalo. Subito dopo la vittoria sorsero violentissimi scontri interni alla stessa fazione ribelle tra le milizie di Aidid appartenenti al clan Habr Ghedir e quelle del presidente ad interim Ali Mahdi Muhammad riducendo la capitale Mogadiscio in macerie e causando una gravissima carestia di fronte alla quale Aidid si oppose fermamente all'intervento delle missioni umanitarie e militari delle Nazioni Unite accusandole di ingerenza politica.

    Nel giugno 1995 Aidid si autoproclamò formalmente Presidente della Somalia senza ottenere alcun riconoscimento dalla comunità internazionale e continuò a combattere per il controllo del territorio fino al luglio 1996 quando rimase gravemente ferito durante un violento scontro a fuoco tra fazioni rivali a Mogadiscio morendo pochi giorni dopo il 1º agosto 1996 a causa di un arresto cardiaco sopraggiunto per le complicazioni delle ferite riportate lasciando il comando della sua fazione al figlio Hussein Farrah Aidid.




    Ali Mahdi Mohamed



    Biografia
    Ali Mahdi Mohamed è stato un politico e imprenditore somalo nato a Mahaday il 1 gennaio 1939 ed è rimasto nella storia per essere stato il Presidente della Somalia ad interim durante la prima fase della drammatica guerra civile. Dopo aver studiato in Somalia e avviato con successo una serie di attività commerciali nel settore alberghiero e dell'import-export divenne un parlamentare stimato alla fine degli anni '60 ma l'ascesa al potere del dittatore Mohamed Siad Barre nel 1969 lo spinse ad abbandonare temporaneamente la politica attiva per concentrarsi sulla sua carriera imprenditoriale a Mogadiscio. Nel corso degli anni '80 di fronte alla brutale repressione del regime decise di finanziare e sostenere l'opposizione clandestina diventando uno dei membri fondatori e principali esponenti politici del Congresso della Somalia Unita un movimento guidato dal clan Hauia di cui faceva parte con l'obiettivo di rovesciare la dittatura.

    Nel gennaio 1991 in seguito alla fuga di Siad Barre dalla capitale una fazione del Congresso della Somalia Unita lo nominò Presidente della Somalia ad interim nel tentativo di ripristinare l'ordine costituzionale e ottenere il riconoscimento delle potenze occidentali ma questa nomina unilaterale provocò l'immediata e feroce reazione dell'ala militare dello stesso movimento guidata dal generale Mohammed Farah Aidid appartenente al sottoclan Habr Ghedir mentre Ali Mahdi apparteneva al sottoclan Abgal. Questa profonda frattura clanica e personale scatenò una spaventosa guerra civile interna a Mogadiscio che tra il 1991 e il 1992 provocò la morte di decine di migliaia di civili e la totale distruzione della capitale divisa in due settori dalla cosiddetta linea verde con il nord controllato dalle forze presidenziali e il sud in mano alle milizie di Aidid.

    Durante l'intervento delle Nazioni Unite e la missione internazionale guidata dagli Stati Uniti tra il 1992 e il 1995 Ali Mahdi si dimostrò generalmente più collaborativo e propenso al dialogo con la comunità internazionale rispetto al suo rivale cercando legittimità politica attraverso conferenze di pace che tuttavia non riuscirono a stabilizzare il Paese nemmeno dopo il ritiro dell'ONU e la morte dello stesso Aidid nel 1996.

    Nel 2000 partecipò attivamente alla Conferenza di pace della Somalia tenutasi a Gibuti dove accettò di farsi da parte per favorire la nascita del nuovo Governo nazionale di transizione guidato da Abdiqasim Salad Hassan dimostrando una volontà di riconciliazione nazionale che lo portò a ritirarsi definitivamente dalla scena politica somala per trasferirsi all'estero. Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in Kenya lontano dai conflitti del suo Paese natale fino a quando è deceduto a Nairobi il 10 marzo 2021 all'età di 82 anni a causa di complicazioni legate al virus COVID-19 venendo successivamente onorato con i funerali di Stato a Mogadiscio dove è stato sepolto.




    Boutros Boutros-Ghali



    Biografia
    Boutros Boutros-Ghali è stato un diplomatico, accademico e politico egiziano nato al Cairo il 14 novembre 1922 ed è rimasto celebre nella storia globale per essere stato il sesto Segretario generale delle Nazioni Unite in un periodo di enormi stravolgimenti geopolitici segnati dalla fine della guerra fredda. Cresciuto in una influente famiglia cristiana copta completò i suoi studi in giurisprudenza all'Università del Cairo nel 1946 per poi conseguire un dottorato in diritto internazionale all'Università di Parigi nel 1949 avviando successivamente una brillante carriera accademica come professore di diritto e relazioni internazionali che lo portò a insegnare in prestigiosi atenei in tutto il mondo e a pubblicare numerosi saggi specialistici.

    Nel 1977 fu nominato Ministro di Stato per gli affari esteri dell'Egitto sotto la presidenza di Anwar al-Sadat giocando un ruolo diplomatico assolutamente cruciale e storico nei negoziati di pace che portarono agli accordi di Camp David del 1978 e al successivo trattato di pace israelo-egiziano del 1979 dimostrando eccezionali doti di mediatore in una delle aree più instabili del pianeta. Grazie alla sua vasta esperienza internazionale e al forte sostegno della diplomazia africana e araba fu eletto Segretario generale dell'ONU assumendo la carica il 1º gennaio 1992 in un momento di grande ottimismo globale in cui presentò il celebre documento intitolato Un'agenda per la pace volto a ridefinire il ruolo di peacekeeping delle Nazioni Unite di fronte ai nuovi conflitti interni agli Stati.

    Il suo mandato fu tuttavia drammaticamente segnato da gravissime crisi internazionali e umanitarie che misero a dura prova l'efficacia dell'ONU tra cui la sanguinosa guerra civile in Somalia con i fallimenti delle missioni UNOSOM il devastante genocidio in Ruanda del 1994 e il massacro di Srebrenica nel 1995 durante le guerre jugoslave eventi che gli costarono dure critiche per l'impotenza e i ritardi dell'organizzazione. Queste tensioni e la sua forte indipendenza politica provocarono un duro scontro con gli Stati Uniti che nel 1996 esercitarono il diritto di veto bloccando la sua rielezione per un secondo mandato e costringendolo a lasciare la guida del Palazzo di Vetro il 31 dicembre 1996 rendendolo l'unico Segretario generale a non essere confermato per cinque anni consecutivi.

    Dal 1997 al 2002 continuò a servire le istituzioni internazionali diventando il primo Segretario generale dell'Organizzazione internazionale della Francofonia e mantenendo un ruolo attivo nella difesa dei diritti umani e nella promozione del dialogo interculturale attraverso la presidenza del Consiglio nazionale egiziano per i diritti umani. Ha trascorso gli ultimi anni della sua vita dedicandosi alla scrittura e alla riflessione politica fino a quando si è spento in un ospedale del Cairo il 16 febbraio 2016 all'età di 93 anni ricevendo l'omaggio solenne dei leader mondiali e funerali di Stato con i massimi onori militari per il suo immenso contributo alla diplomazia internazionale.




    Caratteristiche della Somalia



    Confini
    Stato dell’Africa orientale, situato nella sezione nord-orientale del Corno d’Africa. Si affaccia a Nord sul Golfo di Aden, a Est sull’Oceano Indiano; confina a Nord-Ovest con il Gibuti, a Ovest con l’Etiopia, a Sud e Sud-Ovest con il Kenya.

    Caratteristiche Fisiche
    Ai confini politici del paese, risultato di accordi internazionali, non corrispondono affatto i caratteri geologici e strutturali del territorio, che rappresenta la fascia marginale della regione etiopica. Sotto il profilo morfologico si individuano due regioni naturali: la prima, settentrionale e montuosa (con quote massime intorno ai 2000 m), si estende sul prolungamento dell’Altopiano Etiopico, fino al Golfo di Aden; la seconda, centro-meridionale, si sviluppa su un basso tavolato (con quote massime intorno agli 800 m). Le coste, alte, rocciose, dal contorno irregolare a Nord, assumono un andamento uniforme e rettilineo verso Sud.

    L’idrografia della regione settentrionale è limitata a brevi corsi d’acqua a regime torrentizio (uidian), che dispongono di portate liquide soltanto in occasione delle piogge, mentre la regione meridionale presenta un reticolo più stabile e ordinato, tra cui spiccano i due principali fiumi, che sfociano poco a Sud di Jamaame: il Giuba e lo Uebi Scebeli. Quest’ultimo, il più lungo dell’Africa orientale, a causa della dorsale di dune costiere non raggiunge il mare, ma si perde nelle paludi del Balli.

    Le condizioni climatiche si presentano piuttosto uniformi: la temperatura media è pari a 26 °C sulle coste e a 31 °C nelle aree interne, con escursioni termiche diurne e annue molto contenute. Da novembre a febbraio spira il monsone di Nord-Est, portatore di aria secca continentale; da aprile a ottobre il monsone di Sud-Ovest, umido, oceanico, portatore di piogge. Per l’orientamento delle coste lungo la direzione in cui spirano i monsoni, le precipitazioni sono modeste, comprese tra i 200 mm annui dell’area settentrionale e i 500 mm di quella meridionale.

    Il regime climatico determina una copertura vegetale di tipo saheliano, che prevale su tutto il territorio. Sui rilievi settentrionali si sviluppano alberi e arbusti; nelle aree pianeggianti meridionali domina la savana alberata; lungo i corsi d’acqua minori compare la tipica vegetazione delle oasi, mentre lungo i maggiori sono presenti le foreste a galleria; infine, nella fascia costiera meridionale si sviluppa una vegetazione xerofila con acacie ombrellifere, che costituiscono modeste barriere tra il mare e le piane interne.

    Popolazione
    La persistente precarietà politica che affligge il paese rende arduo definirne il quadro demografico, data la difficoltà di ottenere risultati attendibili dalle stime condotte. In linea di massima, la S. presenta una natalità molto elevata (43,7‰, stima 2009) e un tasso di crescita intorno al 2,8% (ma che ha avuto in passato decrementi anche notevoli in corrispondenza delle carestie dovute alle ricorrenti siccità), uniti a una mortalità infantile tra le più alte del mondo (109,1‰) e a un’aspettativa di vita inferiore ai 50 anni. Sono dati indicativi di un livello di sviluppo socioeconomico assai basso e di condizioni di vita estremamente difficili, rese addirittura drammatiche dalla guerra civile.

    La popolazione si addensa lungo i fiumi e dove è più facile reperire acqua, cioè nelle vallate meridionali e sugli altopiani settentrionali; negli ultimi anni, tuttavia, oltre un milione di persone ha abbandonato le campagne rifugiandosi nelle città per sfuggire alle carestie e alla guerra, portando l’insediamento urbano al 37% degli abitanti complessivi. Oltre alla capitale, le principali città del paese sono Marka, Chisimaio, e le due città del Somaliland, Hargheysa e Berbera.

    Il tasso di analfabetismo è molto elevato, interessando oltre l’80% della popolazione. La religione più diffusa è quella islamica sunnita, ma nel Nord del paese si va affermando un islam con forti tratti nazionalistici.

    Antropologia
    Sotto il profilo etnico, a parte esigue minoranze di Arabi, Bantu e altri, la maggioranza della popolazione è costituita da Somali (92%), etnia di lingua cuscitica stanziata oltre che in Somalia, in alcune regioni del Kenya, dell’Etiopia e di Gibuti. Nel 10° sec. i Somali si convertirono all’Islam definendosi sunniti. Una serie di migrazioni li portarono ad insediarsi negli attuali territori dai quali, in tempi recenti e conseguentemente al perdurare della crisi socio-politica, si è incrementato un flusso migratorio verso la penisola arabica alla ricerca di lavoro.

    La stratificazione interna alla società somala è molto accentuata e si basa sulla distinzione di rango fra coloro (ritenuti superiori) che praticano la pastorizia nomade di cammelli, bovini e ovini e coloro che praticano l’agricoltura come forma principale di sostentamento (Somalia meridionale), oppure quelli specializzati in altre professioni: fabbri, cacciatori, artigiani, indovini e cantastorie. Il modello segmentario e la onnipresente logica genealogica determinano le alleanze e danno forma alle relazioni fra i differenti clan e tribù. A ogni livello dell’organizzazione sociale è un consiglio a gestire la vita socio-politica. La discendenza è patrilineare e, connesse al matrimonio, sono contemplate le istituzioni del levirato e del prezzo della sposa.





    Lingua
    Il somalo è una delle lingue cuscitiche più diffuse (da Gibuti al Kenya orientale); presenta varietà dialettali più divergenti nel Benadir e nella regione dei fiumi Uebi Scebeli e Giuba. Fonologicamente conservativo per la presenza di faringali, possiede un accento tonale con funzione prevalentemente morfologica, flessione nominale a quattro casi e, come molte lingue cuscitiche, un sistema verbale di grande complessità. Peculiari sono lo sviluppo di un sistema di particelle per indicare la focalizzazione (o enfasi), e la trasformazione delle vecchie posposizioni in un gruppo di morfemi preposti al verbo o al predicato nominale.

    Il somalo ha dato vita a una delle letterature orali più ricche dell’Africa subsahariana, articolate in diversi generi come il gabay e il geeraar usati soprattutto nel dibattito sociale, politico e religioso, o il buraambur riservato alla poesia femminile. In epoca moderna, alla tradizione orale si sono affiancate una ricca attività teatrale e una piccola, ma rilevante, produzione narrativa scritta.





    La Bandiera
    La bandiera della Somalia è stata adottata ufficialmente il 12 ottobre 1954 ed è stata ideata dal rinomato studioso e letterato somalo Mohammed Awale Liban. Il vessillo venne creato durante il periodo dell'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (AFIS), istituita dalle Nazioni Unite per preparare militarmente e politicamente il Paese all'indipendenza nazionale. Il disegno originale intendeva offrire al popolo somalo un simbolo unitario ed etnico superando le divisioni interne prima della nascita ufficiale della Repubblica Somala avvenuta nel 1960.

    Il caratteristico sfondo azzurro della bandiera è stato scelto come esplicito omaggio al colore del sito ufficiale delle Nazioni Unite. Questa scelta cromatica volle esprimere la profonda gratitudine della nazione per il ruolo determinante svolto dall'ONU nel processo di transizione verso la piena sovranità. Dal punto di vista geografico e naturalistico il colore azzurro simboleggia anche il cielo africano e le ampie risorse marine della costa somala bagnata dall'Oceano Indiano e dal Mar Rosso. Alcuni storici evidenziano inoltre che la combinazione dell'azzurro e del bianco riprende elementi grafici già inseriti nei vecchi stemmi della Somalia italiana.

    Al centro del drappo campeggia una stella bianca a cinque punte definita storicamente come la stella dell'unità. Ciascuna delle sue cinque estremità simboleggia una delle cinque regioni storiche popolate dal popolo somalo nel Corno d'Africa. I territori rappresentati includono la Somalia italiana e la Somalia britannica che si unirono nel 1960, la Somalia francese nota oggi come Gibuti, la regione dell'Ogaden situata stabilmente in Etiopia e la provincia della frontiera settentrionale del Kenya. La stella incarna così l'ideale politico e culturale della Grande Somalia volto a riunire idealmente tutte le comunità somale sotto un'unica identità nazionale.

      

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