I LUPI DI TOSCANA
NELL’INFERNO SOMALO
Cronaca, testimonianze e valore del 78° Reggimento Fanteria nell’Operazione Ibis II
Le radici del mito dei "Lupi di Toscana" risalgono al 5 marzo 1871, quando venne ufficialmente istituito il 78° Reggimento Fanteria ereditando lo spirito patriottico degli universitari toscani che avevano combattuto come volontari nelle storiche battaglie risorgimentali di Curtatone e Montanara. Fu però durante la Prima Guerra Mondiale, e precisamente il 20 ottobre 1915 nel corso della sanguinosa conquista del Monte Melino, che i fanti si guadagnarono sul campo il loro leggendario e temuto soprannome d'uso. Impressionato dall'implacabile determinazione e dall'aggressività dell'assalto dei soldati italiani, il nemico austro-ungarico sbigottito iniziò a chiamarli "Lupi", un appellativo d'onore che venne poi immortalato dai celebri versi del poeta Gabriele D'Annunzio e consacrato ufficialmente dal Duca d'Aosta Emanuele Filiberto nel luglio del 1917. Dopo aver attraversato da protagonisti le alterne vicende della Seconda Guerra Mondiale fino allo scioglimento provvisorio del settembre 1943, il reparto si ricostituì formalmente il 1° aprile 1947 scegliendo come propria dimora la neonata e imponente Caserma "Generale Ferrante Gonzaga" situata a Scandicci, alle porte di Firenze. Questa struttura divenne per decenni il cuore pulsante del reggimento e il simbolo del suo indissolubile legame con il territorio fiorentino, dove i Lupi si distinsero non solo nelle attività addestrative della Forza d'Intervento Rapido ma anche in storiche operazioni di soccorso civile come quella prestata generosamente alla popolazione durante la tragica alluvione di Firenze del 1966. Sebbene la fine della leva obbligatoria e la successiva riorganizzazione dello strumento militare italiano abbiano portato alla formale soppressione del reggimento operativo il 28 marzo 2008 con la conseguente chiusura e la successiva dismissione della storica Caserma Gonzaga, i Lupi di Toscana non sono affatto scomparsi dal panorama della Difesa. Nel quadro di un profondo processo di valorizzazione delle tradizioni storiche dell'Esercito Italiano, la gloriosa Bandiera di Guerra del reparto è ufficialmente tornata a Firenze, dove dal 1° ottobre 2022 è custodita dal 78° Reparto Comando e Supporti Tattici "Lupi di Toscana" di stanza presso la Caserma "Perotti" a Coverciano, un'unità attualmente attiva che funge da braccio logistico e di sicurezza per il Comando Divisione "Vittorio Veneto" mantenendo vive le nobles memorie e i simboli araldici dei fanti.

Il 78° Reggimento Fanteria "Lupi di Toscana" ha scritto una delle pagine più intense, drammatiche e professionalmente complesse della sua storia recente durante la missione in Somalia nel 1993, un capitolo inserito nel più ampio e tormentato contesto dell'operazione multinazionale UNOSOM II che in Incident prese il nome di Operazione Ibis II. I fanti del reggimento si trovarono proiettati in un teatro operativo infuocato dalla guerra civile e dovettero operare in condizioni ambientali estreme, passando repentinamente dalla tranquillità della guarnigione toscana alla totale anarchia del deserto somalo dominato dai signori della guerra locali.
L'arrivo a Mogadiscio e il successivo schieramento sul terreno richiesero uno sforzo logistico imponente e una rapidissima capacità di adattamento da parte dei militari italiani, i quali ricevettero il saluto del Generale Bruno Fiore prima di assumere la responsabilità di settori cruciali sia nella capitale sia nelle zone interne della nazione come l'avamposto di Belet Weine. Il contingentamento si schierò con il compito primario di ristabilire l'ordine e garantire la sopravvivenza della popolazione civile stremata dalla carestia e dai saccheggi delle bande armate, stabilendo checkpoint strategici lungo le principali vie di comunicazione per controllare i flussi di persone e intercettare il transito di armamenti illegali.
Le attività quotidiane spaziavano dalla scorta armata ai convogli umanitari delle organizzazioni internazionali fino ai rischiosi rastrellamenti nei quartieri cittadini e nei villaggi rurali per sequestrare arsenali clandestini, compiti che i Lupi di Toscana eseguirono applicando la tipica dottrina italiana basata sul dialogo con i capitribù e sul profondo rispetto per la popolazione locale. Questo approccio morbido non evitò tuttavia che il reggimento venisse pesantemente coinvolto nelle ostilità, tanto che i reparti isolati o in pattugliamento subirono ben sei attacchi diretti da parte delle milizie ribelli le quali utilizzavano cecchini imboscati, armi automatiche e micidiali lanciarazzi contro le posizioni italiane.
La mappa geografica degli scontri a fuoco vide il reggimento operare principalmente nel nevralgico settore settentrionale dell'area di responsabilità italiana, concentrando i momenti di massima tensione militare sia all'interno dei quartieri più degradati e ostili di Mogadiscio sia lungo le piste desertiche che portavano verso i confini interni del Paese. L'episodio più violento e significativo si consumò il 9 ottobre 1993 nella città fluviale di Belet Weine, dove i fanti si ritrovarono intrappolati in un pesante e prolungato scontro a fuoco ravvicinato contro le milizie locali dopo aver scoperto e iniziato a smantellare un ingente deposito clandestino di armi e munizioni nascosto dai guerriglieri.
Durante queste operazioni di perquisizione e bonifica i fanti sottrassero alle fazioni somale un arsenale imponente composto da armamenti leggeri e pesanti di fabbricazione prevalentemente sovietica e cinese che alimentavano la guerriglia urbana e rurale. Tra il materiale sequestrato figuravano migliaia di fucili d'assalto della famiglia AK-47 Kalashnikov, pistole mitragliatrici, bombe a mano e fucili di precisione usati dai cecchini, oltre a un vasto quantitativo di armi pesanti da reparto che includeva mitragliatrici pesanti DShK da 12,7 millimetri, lanciarazzi controcarro RPG-7 con centinaia di razzi pronti all'uso, mortai da 82 millimetri e persino mine antiuomo e antiveicolo destinate a colpire i convogli delle Nazioni Unite.

Il Maresciallo Gubinelli insieme a dei bambini somali.
Per lo sgombero rapido e sicuro di questo immenso e pericoloso quantitativo di materiale bellico i Lupi di Toscana impiegarono i robusti veicoli corazzati da combattimento d'epoca in dotazione al contingente italiano che garantivano la necessaria protezione balistica contro le imboscate delle milizie lungo le piste somale. Il carico principale venne stivato all'interno dei veicoli cingolati da trasporto truppa VCC-1 Camillino i quali sfruttavano le piastre di corazzatura addizionale in alluminio aeronautico per resistere alle schegge e alle armi leggere, mentre la scorta e il supporto pesante durante il trasferimento vennero assicurati dalle potenti blindo ruotate Centauro da 105 millimetri e dai veicoli corazzati leggeri Fiat Campagnola protetti e Fiat 6614 che formavano una colonna blindata impenetrabile capace di muoversi agilmente anche sui terreni più accidentati e sabbiosi
Scheda Tecnica e Nota Storica della Missione
| Ambito storico |
Dettagli e Specifiche |
| Reparto Operativo |
78° Reggimento Fanteria "Lupi di Toscana" distaccato dalla Caserma Gonzaga di Firenze |
| Denominazione della Missione |
Operazione Ibis II inserita nel mandato multinazionale UNOSOM II delle Nazioni Unite |
| Teatro Geografico |
Corno d'Africa con specifico dispiegamento nel settore di Mogadiscio e nella città fluviale di Belet Weine |
| Anno del Rischieramento |
1993 |
| Alti Comandi |
Contingente italiano guidato dal Generale Bruno Fiore e reggimento sul campo sotto gli ordini del Colonnello Mocellin |
| Bilancio Tattico |
Sei attacchi diretti respinti dalle forze dei guerriglieri somali e un imponente arsenale clandestino sequestrato alle faiizoni in lotta |
| Principali Mezzi Utilizzati |
Veicoli cingolati da trasporto truppa VCC-1 Camillino e blindo pesanti Centauro oltre a veicoli leggeri Fiat 6614 e Campagnola protette |
| Massima Onorificenza Concessa |
Medaglia d'Argento al Valor Militare conferita solennemente alla Bandiera di Guerra a Milano nel mese di giugno del 1995 |
Belet Huen, 9 ottobre 1993.
Una colonna militare del 78° Reggimento Fanteria, dislocato nell'avamposto italiano più lontano da Mogadiscio, raggiunge un deposito di armi delle milizie somale per procedere al sequestro. In pochi minuti alcune centinaia di Somali si riuniscono davanti al deposito cercando di impedire l'ingresso ai militari del contingente Ibis. Dopo gli insulti e il fitto lancio di pietre, alcuni Somali aprono il fuoco con armi automatiche e bombe a mano nel tentativo di costringere i militari a ripiegare.

Colonna del 78° Reggimento “lupi di Toscana” nella savana.
Lo scacchiere di Belet Huen
I militari della Brigata Friuli si sono trovati ad operare in un contesto caratterizzato da un buon numero di scontri a fuoco. La valutazione dei pericoli esistenti nella regione dell'Hiran, di cui Belet Huen è capoluogo, non è di facile definizione. Ne sanno qualcosa i Paracadutisti canadesi, i Parà del 187° Reggimento Folgore e i militari nigeriani che, prima dei soldati della Friuli, hanno operato in quel settore dello scacchiere italiano denominato Charlie.
La complessità della situazione locale è alimentata da tre minacce principali:
- I trafficanti di armi: Attraverso la frontiera etiopica, si riforniscono di fucili AK 47, munizioni, mortai, lanciarazzi e missili antiaerei SA 7 Strela da rivendere a Mogadiscio. Questo traffico di armi etiopiche — surplus ormai inutili dopo la fine della guerra civile e la caduta del regime comunista di Menghistù — viene pagato dai Somali in buona parte con i viveri regalati dall'ONU. Il commercio viene protetto da veri e propri eserciti privati, in grado di impegnare in battaglia anche i ben equipaggiati contingenti occidentali.
- Le milizie organizzate: Verso nord-est, al limite dell'area operativa di UNOSOM e a pochi chilometri oltre l'ultimo avamposto italiano situato a Matabaan, gli eserciti di Aidid e di numerose altre bande costituite su base etnica si sono raggruppati. Hanno raccolto armi pesanti quali blindo, VTT e carri T 54/55, mantenuti al sicuro dalle requisizioni dell'ONU e pronti a calare lungo la Strada Imperiale verso Mogadiscio qualora la guerra civile somala dovesse tornare a esplodere in tutta la sua violenza. Proprio una pattuglia esplorante della Friuli si è trovata a incrociare un plotone carri somalo dotato di T 55 al limite del settore italiano. Lo scontro che ne è scaturito ha permesso ai nostri militari di disimpegnarsi senza perdite solo grazie al rapido impiego di bombe controcarro da fucile Mecar, che hanno concesso loro il tempo di dileguarsi prima che i cannoni da 105 dei tank di produzione russa potessero avere il tempo di inquadrarli.
- Il banditismo e le lotte claniche: L'area di Belet Huen è contraddistinta dalla piaga del banditismo, diffuso del resto in tutta la Somalia, e dalle sanguinose lotte tra le etnie Abgal e Auadle.
Tra i compiti umanitari condotti a termine dai militari italiani vi è stata anche una difficile opera di mediazione tra le etnie diverse e tra gli opposti clan dell'etnia Auadle, sempre propensi a risolvere con le armi da fuoco dissidi anche di lieve entità. In più occasioni pattuglie italiane si sono trovate circondate da guerriglieri ben armati nella zona del villaggio di Bud Bud, dove venivano sviluppati i colloqui per il raggiungimento di un accordo; solo il sangue freddo di Ufficiali e soldati ha permesso di evitare inutili spargimenti di sangue.

Il Maresciallo Gubinelli del 78° Rgt. Lupi di Toscana.
Il ripiegamento a Bulo Burti
Un bilancio dell'attività svolta dai militari della Friuli lo ha voluto tracciare il Colonnello Sabbatelli, comandante dei reparti inviati in Somalia, incontrato a Bulo Burti (il campo italiano presidiato dalla Friuli dopo l'abbandono di Belet Huen nel gennaio 1994):
"Non posso che dirmi molto soddisfatto del lavoro svolto dai miei uomini nell'area di Belet Huen, dove i pericoli sono davvero tantissimi e la situazione etnica locale è sempre molto tesa. I nostri punti di forza nei confronti dei Somali sono stati sempre la prontezza operativa, la capacità di dare assistenza alla popolazione e la buona volontà che abbiamo messo nell'opera di mediazione e pacificazione tra le diverse etnie rivali".
Con l'inizio del ritiro verso Mogadiscio delle unità dell'Ibis, gli uomini della Friuli hanno abbandonato a metà gennaio l'avamposto di Matabaan e il campo di Belet Huen, ripiegando su Bulo Burti, un centinaio di chilometri verso Mogadiscio lungo la Strada Imperiale. Con il ripiegamento degli Italiani, a dimostrazione del ruolo insostituibile dell'Ibis, a Belet Huen sono subito ripresi i raids dei banditi e gli scontri armati di carattere etnico che hanno coinvolto anche alcune organizzazioni umanitarie presenti nella regione.
Le operazioni condotte nelle ultime settimane di permanenza in Somalia sono state caratterizzate soprattutto dalla scorta di convogli di materiale pesante diretti al porto di Mogadiscio e al controllo del territorio. Durante una di queste missioni di scorta colonna è stato ucciso il Tenente Ruzzi, del 66° Reggimento, attaccato con i suoi uomini da banditi somali poco prima dell'arrivo della colonna a Balad. La banda, una delle più grosse della zona di Balad, è stata in seguito sgominata dagli stessi uomini della Friuli e dai rinforzi blindati inviati rapidamente dai Parà del 187° di stanza nel vicino campo militare.
Un bilancio operativo
Il Tenente Ruzzi, unico caduto della Friuli in Somalia, è stato anche l'ultimo militare italiano a essere ucciso dai Somali durante l'Operazione Ibis. Il bilancio dell'attività svolta dagli uomini di questa brigata è senz'altro positivo sia per il contributo dato al mantenimento dell'ordine in un settore piuttosto difficile dello scacchiere italiano, sia per l'impareggiabile esperienza maturata da Ufficiali, Sottufficiali e volontari.
Anche in vista di futuri impegni oltremare, l'Esercito Italiano può oggi disporre di un buon numero di uomini, anche al di fuori dei reparti speciali e Paracadutisti, che hanno maturato un'esperienza significativa e hanno soprattutto già affrontato il battesimo del fuoco sul campo di battaglia. Si tratta di caratteristiche di professionalità che non potranno non avere il loro peso qualora i nostri militari fossero chiamati a operare in aree ad alta conflittualità e in Paesi dove chi dispone di armi è sempre pronto a usarle senza alcuna limitazione.
Crest
Patch
M.O.V.E.
Giulio Ruzzi Tenente del 66° Reggimento fanteria meccanizzato "Trieste".
Biografia
Nato a Roma il 24 febbraio 1965 e residente a Forlì il Tenente Giulio Ruzzi è stato un ufficiale dell'Esercito Italiano appartenente al 66° Reggimento fanteria meccanizzato Trieste della Brigata Friuli ed è ricordato per il suo eroico sacrificio durante la missione umanitaria e di peacekeeping Ibis II in Somalia nell'ambito dell'operazione multinazionale UNOSOM II.
Il 6 febbraio 1994 l'ufficiale si trovava al comando di una colonna di autoveicoli logistici militari partita da Bulo Burti e diretta a Balad per un prelievo di viveri quando il convoglio venne improvvisamente preso di mira e investito dal fuoco nemico con armi automatiche da parte di una fazione di ribelli somali nell'abitato di Balad.
Il mezzo condotto dal Tenente Ruzzi fu colpito gravemente da un primo proiettile ma l'ufficiale riuscì a mantenere il controllo del veicolo arrestandolo in sicurezza a ridosso di alcune abitazioni e questa manovra cruciale permise al resto del personale della colonna di mettersi al riparo e organizzare la reazione difensiva.
Nonostante le gravi ferite e la forte emorragia l'ufficiale rifiutò di abbandonare l'azione e continuò a rispondere al fuoco nemico per supportare la sua unità finché non venne colpito una seconda volta da una ferita che si rivelò fatale per la sua vita.
Onorificenze
 Medaglia d'oro al valore dell'Esercito alla memoria.
“Ufficiale facente parte del Contingente IRALFOR “IBIS 2” impegnato nella operazione di “PEACE KEEPING” in Somalia, durante un movimento logistico tra Giohar e Balad, veniva coinvolto, con tutto il personale della colonna di cui faceva parte, in un conflitto a fuoco scaturito da un agguato teso da una banda armata nell'abitato di Balad. Sebbene ferito riusciva ad arrestare il mezzo che conduceva ed a defilarlo a ridosso di alcune case, permettendo così al rimanente personale di reagire al fuoco. Prontamente, nonostante la ferita riportata, manifestava l'intendimento di concorrere alla reazione di fuoco sviluppata dalla propria unità. Successivamente veniva di nuovo colpito mortalmente immolando così la sua giovane vita per un ideale di pace e di solidarietà tra i popoli. Chiarissimo esempio di coraggio, determinazione ed interiorizzato senso del dovere”.
Balad (SOMALIA), 6 febbraio 1994.
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