IL GENERALE BRUNO LOI
Comandante del contingente italiano (ITALFOR) all'interno della missione ONU UNOSOM II
Il sole di Mogadiscio non scalda: brucia, acceca e deforma i contorni delle cose. Per il generale Bruno Loi, nato ad Avellino nel 1941, la Somalia del 1993 non era semplicemente un teatro operativo, ma il palcoscenico di un dramma epocale in cui l'Italia repubblicana riscopriva il sapore della polvere, del piombo e, infine, del fango mediatico.
Quella di Loi è la storia di un soldato d'altri tempi cresciuto nel culto del dovere, scaraventato nel cuore di una transizione geopolitica e umana che avrebbe ridefinito il concetto stesso di "missione di pace".
Bruno Loi plasma la sua identità militare tra le mura dell'Accademia Militare di Modena. È un uomo rigoroso, innamorato della responsabilità e poco incline ai compromessi della politica. Assegnato alle unità paracadutisti, scala ogni gradino della gerarchia all'interno della gloriosa Brigata Paracadutisti "Folgore".
Prima dell'Africa, la sua sciabola si tempra sul campo in altre crisi internazionali:
Libano (1983): al comando del 5° Battaglione Paracadutisti "El Alamein" nella prima vera missione fuori dai confini nazionali del dopoguerra.
Comandi Nazionali: la guida della Folgore e del Distretto Militare di Palermo, fino al traguardo finale come Generale di Corpo d'Armata.
Tuttavia, il suo nome rimarrà per sempre legato a un acronimo e a un volatile palustre: la Missione Ibis.
Quando nel dicembre 1992 Loi sbarca in Somalia come comandante del contingente italiano (ITALFOR) all'interno della missione ONU UNOSOM II, lo scenario è apocalittico. Il Paese è dilaniato dalla guerra civile, i signori della guerra dominano le macerie e la popolazione muore di fame.
Loi impone subito una precisa dottrina italiana: l’approccio morbido. Mentre il contingente statunitense predilige l'uso muscolare della forza tecnologica, Loi cerca il dialogo con i capitribù, distribuisce aiuti umanitari e cerca di conquistare la fiducia della popolazione locale. I suoi parà presidiano i quartieri, parlano con la gente, distribuiscono razioni.
Ma la pace è un'illusione fragile. Il 2 luglio 1993 quell'illusione va in frantumi al Check Point Pasta. Durante un'operazione di rastrellamento, le truppe italiane cadono in un'imboscata tesa dai miliziani del generale Aidid. Fu un vero e proprio scontro di guerra a fuoco: il primo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sul selciato restano i corpi di tre giovani soldati italiani (Pasquale Baccaro, Andrea Millevoi e Stefano Paolicchi) e oltre venti feriti. Loi gestisce la crisi con fermezza sul campo, guadagnandosi l'Ordine Militare d'Italia, ma le crepe nel comando multinazionale diventano insanabili. I dissidi con il comando ONU e la leadership americana spingono Loi a ritirare i suoi uomini dalle zone calde di Mogadiscio per preservare vite umane.
Il rientro in patria non riserva a Bruno Loi gli onori del trionfo, bensì il sapore amaro di una tempesta giudiziaria e giornalistica. A metà degli anni '90, la pubblicazione di alcune fotografie e le confessioni di alcuni militari squarciano la retorica del "buon soldato italiano".
Emergono accuse devastanti: violenze, torture e abusi commessi da elementi del contingente ai danni di civili somali, tra cui spiccano i casi del campo di Johar. L’opinione pubblica è sotto shock. Loi si ritrova improvvisamente nell'occhio del ciclone, accusato da critici e interpellanze parlamentari di non aver vigilato a sufficienza o, peggio, di aver minimizzato i comportamenti brutali di alcuni sottoposti con frasi ciniche riportate dalle cronache dell'epoca.
Il generale reagisce da soldato: si autosospende temporaneamente dall'incarico per permettere lo svolgimento delle indagini parlamentari e della magistratura. Difende strenuamente l'onore della stragrande maggioranza dei suoi paracadutisti, rifiutando la criminalizzazione collettiva di una missione che aveva comunque salvato migliaia di vite dalla carestia. Le commissioni d'inchiesta accerteranno in seguito responsabilità individuali, ma l'ombra di Mogadiscio rimarrà una ferita aperta nella sua memoria.
Dopo la bufera, la carriera di Loi prosegue fino al congedo nel 2004. Si ritira a Modena, la città dove tutto era iniziato. Lì, lontano dai riflettori, decide di affidare alla carta la sua verità, pubblicando il volume Peace-keeping, pace o guerra? L'operazione Ibis in Somalia.
Il Generale Bruno Loi (al centro con il basco amaranto) insieme a un distaccamento di incursori del 9º Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin".
INTERVISTA AL GENERALE BRUNO LOI DEL QUOTIDIANO "IL GIORNALE":
Intervista al Generale Bruno Loi di Fausto Biloslavo dal "Giornale" del 19 Giugno 1997. Sulle polemiche suscitate dal settimanale Panorama, sulle presunte torture inflitte alla popolazione somala da parte dei militari italiani.
Generale come vive questi giorni di denunce e polemiche. Stava forse meglio in guerra a Mogadiscio?
«Sono molto amareggiato, perché hanno il sapore di una vendetta, di un desiderio di gettare fango su una cosa bella, costata sudore a dodicimila ragazzi e sangue a 11 di questi giovani».
E allora passiamo alle denunce sollevate dal settimanale "Panorama". Prima accusa: la presunta tortura con i fili del telefono a un somalo nel campo di Giohare da parte del maresciallo parà Valerio Ercole. Cosa ne pensa?
«Stiamo cercando di capire che cosa possa essere accaduto realmente. Quello che emerge è un quadro squallido, in cui inserisco pure l'individuo ritratto con i fili, che in quel momento deve aver perduto il senso della logica ed il rispetto dell'istituzione che rappresentava».
Il maresciallo ha sostenuto che voleva solo impaurire il prigioniero somalo. Cosa gli direbbe, tenendo conto che si è fatto anche immortalare?
«Che si tratta di un comportamento molto leggero, superficiale, stupido. Un comportamento, però, che mal si concilia con la determinazione, la ferocia, la crudeltà di un vero torturatore».
Seconda accusa: una donna somala che subisce violenza da parte di un gruppo di soldati italiani al check-point Demonio sulla strada fra Mogadiscio e Balad...
«È una sequenza oscena, che mi fa provare disgusto ogni volta che la guardo. Cos'altro posso aggiungere? Se non che i giovani che le stanno attorno sono quelli che abbiamo educato nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole. L'esercito li accoglie per soli dodici mesi e se hanno dentro di sé delle tendenze perverse, certamente non saranno le forze armate a poterle cambiare. Lei mi dìrà che dovevamo controllare questo genere di comportamenti... noi l'abbiamo fatto. Ricordo che proprio quel posto di blocco doveva essere pattugliato tutta la notte. In Somalia su 70mila chilometri quadrati del nostro settore agivano 2800 paracadutisti, ovvero un soldato ogni 26 chilometri. Avere tutto costantemente sott'occhio non era umanamente possibile».
Terza denuncia: una jeep zeppa di somali sulla quale gli italiani hanno sparato per divertimento...
«Ci sono documenti e testimonianze che hanno già smentito questa versione dei fatti. A questo proposito vorrei fare una considerazione. Quando un ragazzo è in condizioni di stress, avverte una situazione di pericolo, sente una raffica di mitragliatrice, oppure assiste alla cattura di un prigioniero, o coglie una mezza frase sulla rete radio..., questo ragazzo ha 20 anni e raccoglie degli elementi con i quali si costruisce una sua verità. Tornando al campo racconterà la sua storia rendendola credibile alle orecchie di chi non era con lui. Che a sua volta la riferirà ad altri, magari arricchita di ulteriori particolari e così via. Questa è la spiegazione che dò alle tante chiacchere saltate fuori in questi giorni sui misfatti del contingente».
Mogadiscio, 1993: il Generale Bruno Loi durante un'ispezione d'area nel settore del Check-point Pasta insieme alla scorta dei paracadutisti italiani durante la missione Ibis II.
Ma lei metterebbe la mano sul fuoco, che in Somalia non ci siano stati degli eccessi?
«No, perché già le fotografie dei fili del telefono e della donna somala testimoniano degli eccessi vergognosi, ovviamente da provare fino in fondo. E non mi stupirei se ne fossero accaduti altri, perché su una popolazione di 12mila ragazzi possono essercene 50, 20, 30 che commettono porcherie o atti delinquenziali. Questo però non deve essere assolutamente generalizzato e considerato come comportamento abituale del contingente».
Lei ha rilevato violenze da parte dei suoi uomini in Somalia?
«I miei comandanti e io abbiamo punito qualche centinaio di soldati, rimpatriandone diversi, perché ritenuti non idonei al servizio in quella missione. Nessuna tortura o stupro. Il caso più grave è stato quello di un calcio a una donna somala durante la distribuzione dei viveri».
Il Canada ha sciolto un reparto aviotrasportato per le violenze in Somalia. Potrebbe essere il destino della Folgore?
«Io credo propno di no, perché sarebbe uno degli errori più madornali che questo Paese potrebbe commettere. La Folgore è sotto tiro, ma non merita di venir sporcata. Si attribuiscono storiacce di cui la brigata non ha alcuna colpa. Questo corpo è assolutamente fedele alla Costituzione e in grado di assolvere tutti gli incarichi che lo Stato italiano decide di affidargli. Chi propone di sciogliere la brigata, evidentemente non vuole il bene dell'Italia».
Perché si è dimesso?
«Non mi sono dimesso, ma ho fatto un passo indietro affinché le indagini e le inchieste in corso possano procedere rapidamente. Io stesso ho bisogno di maggiore libertà e tempo per raccogliere i dati sui fatti che ci vengono contestati. Dopo quattro anni la memoria può avere qualche lacuna».
Cosa pensa della campagna stampa in corso?
«È una campagna triste e distruttiva».
Si sente abbandonato?
«Alla porta dell'aereo ci si presenta uno per volta. Quando il paracadutista è in volo è solo, ma quando atterra si ricongiunge con i suoi compagni».
Il Paese ha voltato le spalle ai baschi amaranto?
«L'Italia benpensante no, ma quelli che serbano vecchi rancori contro le forze armate e sete di scandali, ci hanno già processato esprimendo giudizi sommari che fanno male. In Somalia siamo andati anche per loro, per tutta l'Italia».
Somalia 1993: il Generale Bruno Loi a colloquio con ufficiali del contingente italiano durante la missione internazionale Ibis II.
INTERVISTA DELLA RIVISTA "FOLGORE" AL GENERALE BRUNO LOI:
Una rara intervista concessa dal Sig. Generale Bruno Loi, pubblicata sulla rivista "Folgore" n.6 del giugno 1998. Rilasciata solo dopo che la nota commissione d'inchiesta parlamentare "Gallo" aveva concluso le sue indagini ristabilendo la verità sul comportamento dei Paracadutisti in Somalia. Anche noi come il Sig. Generale auspichiamo che la missione IBIS assuma il ruolo che le compete storicamente, cioè quella di essere stata la più grande ed importante operazione militare effettuata dall'Esercito Italiano nel dopoguerra. Condotta con perizia e coraggio proprio dal Sig. Generale Loi e da tutti i quadri e i Paracadutisti della Brigata "FOLGORE".
Generale Loi, con quale stato d'animo ha accolto questa positiva conclusione - assoluzione piena - della vicenda?
«La mia "assoluzione", come la chiama lei, ovviamente, non può che farmi piacere, anche se la disinformazione, diventata prassi abituale da parte di certa stampa nel nostro Paese, ha tentato di annebbiarla. Tuttavia il mio stato d'animo è ancora intriso di amarezza per i danni che sono stati procurati all'immagine dell'intera operazione in Somalia. Vorrei spiegarmi con una similitudine. Il mio stato d'animo è paragonabile a quello di chi, derubato della sua bella macchina nuova fiammante (Ferrari/IBIS), acquistata al prezzo di lunghi e duri sacrifici, la ritrova, dopo un anno di grande amarezza per la perdita subita, ammaccata e graffiata. E credo che questo stesso stato d'animo sia condiviso da tutti gli uomini del Contingente IBIS».
Uscendo dal suo lungo riserbo, può ricostruire per i lettori di "Folgore" il quadro generale dell'operazione IBIS? Che problemi presentava la "comandabilità" dei reparti? Quale il suo giudizio globale sul comportamento dei nostri soldati in Somalia?
«Lo faccio volentieri per il nostro Giornale, perchè sono in debito con I' A.N.P.d' I. e i suoi Soci, che mi hanno sempre manifestato affettuosa solidarietà, pubblicamente e privatamente. L'operazione IBIS avviata, nel dicembre '92 dalla "Folgore", che ne è rimasta al timone per otto mesi e mezzo, e proseguita dalla "Legnano". fino alla sua conclusione, nel marzo '94, è stata un'operazione "di pace" del tutto atipica. Infatti di "pacifico" aveva solo le intenzioni e i comportamenti del Contingente italiano. Innanzitutto, è stata la prima operazione di "peace-keeping" in cui I 'ONU abbia autorizzato l'uso del la forza (cap. VII della Carta delle Nazioni Unite), uscendo dalle abitudini consolidate, di semplice monitoraggio e blanda interposizione, che avevano caratterizzato le operazioni dei "caschi blu" fino ad allora.
In secondo luogo, lo scenario nel quale si è svolta era assolutamente privo di referenti governativi, giuridici. amministrativi. Regnava l'anarchia assoluta, aggravata dalla carestia e dal banditismo, in cui sguazzavano quindici cosiddetti "signori della guerra", dalle mani grondanti sangue, che si contendevano i miseri resti di un potere disfatto.
In terzo luogo l'ONU ha "usato" la Somalia quale "banco di prova" della nuova dottrina di Boutros Ghali: presentato all'Assemblea delle Nazioni Unite, ai primi del '92, nel rapporto dal titolo "Un'agenda per la pace". Vi sono contemplate le sfide che attendono l'ONU nel suo nuovo ruolo di soggetto attivo per il "supporto alla pace" nel mondo. Principi bellissimi e nobilissimi (si parla anche di ricostruzione) che, però, necessitano, per essere messi in pratica,di strumenti adeguati e altamente efficienti. E invece, in Somalia, c'era una armata "Brancaleone" composta dai Contingenti di ben 33 Nazioni (dagli USA allo Zimbabwe, dalla Svezia alla Corea, dalla Nuova Zelanda al Botswana, dalla Nigeria all'India, al Pakistan, all'Argentina, alla Malaysia al Canada... e l'Italia).
In questo contesto la "Folgore" si è organizzata per "coltivare il proprio "orticello" (70.000 km2 di territorio: da Mogadiscio a Belet Wein), secondo precise regole che avevano tutte, quale riferimento inequivocabile, il mandato umanitario affidatoci dal nostro Governo, alla partenza dall'Italia.
Comandare la "Folgore" significava, per me, compiere spesso uno sforzo per frenarne la spinta entusiastica nell'assolvimento del compito. So di rivolgermi a gente che capisce bene quello che intendo dire.
Il mio stato maggiore ed io abbiamo sempre lavorato in strettissima intesa: ogni sera c'era una riunione di coordinamento, in cui tutte le cellule mi aggiornavano sulla propria situazione e venivano aggiornate su quelle delle altre. Tutti insieme discutevamo il da farsi e individuavamo la miglior linea d'azione. Uno splendido lavoro di stato maggiore, snello ed efficace che. tra gli altri pregi, aveva quello di "costringere" tutti ad assumere la propria parte di responsabilità nelle decisioni. Venivano emanati gli ordini: e poi, ogni Comandante agiva, con grande autonomia, per il perseguimento degli scopi della missione. I 2.500 uomini. mediamente presenti in Somalia, erano quotidianamente impegnati in una miriade di attività:
scorte ai convogli umanitari, assistenza sanitaria, distribuzione viveri. Check-points. MEDEVAC, pattuglie, rifornimento idrico a villaggi e quartieri, COU, ricostruzione e assistenza a scuole e orfanotrofi, controinterdizione d'area, pulizia e sistemazione mercati, sequestro delle armi, addestramento polizia somala. ripulitura canali d'irrigazione, controllo dei siti, rientro degli sfollati nei villaggi di origine, servizi logistici... Sarebbe stato davvero sciocco, oltrechè impossibile, da parte mia, voler gestire ogni azione, ogni movimento, ogni iniziativa, ogni problema del nostro Contingente, schierato in un'area di responsabilità (AOR) profonda 360 km. e ampia 200 km. (equivalente a Piemonte. Lombardia ed Emilia Romagna!).
Alla "Folgore", come ai purosangue, vanno lasciate redini lunghe per... "volare" verso l'obiettivo. Sull'obiettivo, infatti, dove controllavo i risultati, li trovavo sempre, o nella stragrande maggioranza dei casi, superiori alle mie aspettative. Nessun problema di comandabilità, dunque, perchè il Paracadutista, per definizione, sa muoversi tanto più a suo agio quanto più fluide sono le situazioni e gli ampi spazi non lo spaventano. Naturalmente, in tali situazioni chi vuole comportarsi male ha più occasioni e più probabilità di farla franca. E, purtroppo, è accaduto... Ma la quantità di questi "profittatori" (più stupidi o maleducati che protervi) si è mantenuta al di sotto del 3 per mille.
Come Comandante, con solo tre uomini scarsamente affidabili ogni mille, potevo assolvere serenamente il mio compito. Dicendo questo, credo di esprimere chiaramente anche un giudizio globale altamente positivo sul comportamento dei nostri ragazzi. A fronte delle parecchie migliaia di splendide azioni compiute dagli uomini del Contingente, non possono fare testo i pochissimi episodi censurabili (dell' ordine delle unità), rilevati dalle Commissioni di inchiesta, al termine di indagini che hanno rivoltato come un guanto l'intera operazione. Comunque, peccato! Sono "quelle ammaccature e quei graffi" che hanno sciupato la nostra "IBIS/Ferrari"».
Mogadiscio, 9 luglio 1993: il Generale Bruno Loi mentre impartisce ordini al megafono per il coordinamento delle truppe italiane durante le operazioni nel settore del Check-point Pasta.
Quali riflessioni sul processo accusatorio che ha investito proprio la "Folgore" e il suo Comandante, a suo tempo espostosi anche a contrasti con le autorità ONU pur di privilegiare l'impostazione umanitaria dell'operazione?
«Il Presidente Gallo, nella sua audizione alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati, il 3 giugno u.s., tra l'altro, ha detto testualmente:
"È sicuro, poi, che a questi nostri poveri militari era stato detto che andavano a compiere una operazione umanitaria, che dovevano assicurarsi che venisse dato cibo e aiuto a quella povera gente, che venisse garantito l'ordine, affinchè anche le altre forze ONU potessero svolgere bene il loro servizio. Si disse, inoltre, che avevamo questa responsabilità anche per i rapporti che avevamo avuto in tempi passati con la Somalia. Ma poi questi poveri militari si sono trovati in mezzo alla guerriglia: altro che opera umanitaria, quelli sparavano sul serio! Capisco allora la reazione: mandati la per svolgere un 'opera umanitaria, si sono visti sparare addosso e quindi sono diventati dei combattenti anche loro, assumendo, per così dire un "habitus" diverso da quello strettamente umanitario... Quei poveri militari subivano perdite, venivano feriti, ma non dovevano sparare perchè gli venivano posti davanti donne e bambini... Ecco perchè riteniamo che, in futuro, bisognerà tenere ben distinti i due piani (umanitario e militare, n.d. r.). Il soldato, spesso, non ha una grande cultura e bisogna aiutarlo a capire che si tratta di situazioni assolutamente diverse. Un conto, infatti, è un operazione militare (come quella del Golfo), altra cosa è svolgere un 'operazione umanitaria' in mezzo alla guerriglia. È difficile raggiungere un equilibrio in situazioni del genere... Vi dirò, poi, onorevoli Deputati, che quando abbiamo interpellato autorità internazionali, come "Amnesty International" - e lo abbiamo fatto non in Italia, ma a Nairobi, cioè dove queste hanno più possibile una veste internazionale si sono stupite del fatto che noi svolgessimo una indagine. Ci dicevano: "cosa c'entrate voi, perchè gli italiani? Ma vi rendete conto di quello che hanno fatto i belgi, i canadesi e i pakistani?" In realtà io avevo fatto ritirare anche la relazione del Belgio. C'eravamo accorti che effettivamente eravamo degli "untorelli" in questa situazione. Abbiamo sentito anche un rappresentate della associazione Medici senza frontiere e di solito i francesi non ci glorificano molto il quale ci disse che se c'era un contingente che si era comportato bene quello era il nostro, e che se c'erano stati degli episodi spiacevoli, purtroppo questi si verificano quando i soldati vanno all'estero. In sostanza, egli ci disse: "volete mettere come si sono comportati gli altri? Il vostro è stato un comportamento esemplare".
In sostanza, dunque, viene riconosciuto il "comportamento esemplare" dei soldati italiani: viene riconosciuto ai soldati italiani di aver saputo individuare il discrimine tra operazione umanitaria e operazione militare pur dando atto che è difficile farlo.
Allora, ecco la mia riflessione in risposta alla sua domanda.
Questi riconoscimenti, nazionali e internazionali, del nostro buon comportamento, generalizzato e non casuale (tanto è vero che abbiamo cercato di convincere anche gli altri a imitarci), non avrebbero dovuto fare premio sulle pochissime (sporadiche ed episodiche) sbavature, comparse, tra l'altro alquanto stranamente dopo quattro anni dalla conclusione dell' 'operazione?
Attenzione, desidero non essere frainteso. Non dico affatto che si sarebbe dovuto chiudere un occhio su quelle sbavature. Lungi da me una tale idea. A chi nutre qualche dubbio, in proposito, cito un passaggio della lettera che ho scritto al Capo di SM dell'Esercito, il giorno stesso (6 giugno '97) della pubblicazione delle prime foto dello "scandalo":
"Sono rimasto molto scosso dalle immagini delle foto ed ho provato un senso di nausea e di smarrimento: queste immagini sono agli antipodi dell'operato della "Folgore" e, nell'immaginario collettivo, hanno sporcato una "cosa" veramente bella, caratterizzata da grande professionalità militare e da grande spirito umanitario. Ella non me lo ha chiesto, ma io desidero ugualmente dirLe che nè io nè i miei Comandanti di Corpo siamo mai stati al corrente degli eventi denunciati e che più di ogni altro desidero che, una volta accertati i fatti, i responsabili siano individuati e severamente puniti. Perchè non sia intaccato l'onore e il prestigio della "Fo1gore" e venga riconosciuto a tutti i bravi Soldati del nostro Esercito il merito che loro compete".
Quindi, nessuna indulgenza per chi ha sbagliato in mala fede.
Dico, invece, che mi aspettavo che, alla conclusione positiva delle severe inchieste, quei "fustigatori morali" che temevano. addirittura, per l'Onore del nostro Esercito, manifestassero sollievo e soddisfazione per il fatto che all'operazione IBIS si poteva restituire il nitore e lo smalto che le competono.
Per un'esigenza di giustizia nei confronti di quei 12.000 uomini che hanno lavorato bene, ma anche e, soprattutto per un sentimento di orgoglio nazionale nel constatare che l'operazione IBIS resta, sul piano militare, una brillante impresa dell'Esercito italiano, nonchè un momento onorevole per la politica estera del Governo italiano, internazionalmente riconosciuto e apprezzato.
Ma qui si tratta di "senso dello Stato" e di "amor di Patria", concetti che, nel nostro Paese, ahimè, soffrono di... nanismo. Comunque sia, per quanto mi riguarda, la nostra "lBlS/Ferrari", ancorchè ammaccata e graffiata. resta una gran bella macchina, da sfoggiare con orgoglio».
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Quale la risposta di solidarietà nei suoi confronti dal Contingente reduce dalla missione?
«Ho sentito la vicinanza e l'affetto di tutto il Contingente e di tutti i Paracadutisti, in servizio e in congedo. Molti me li hanno manifestati, verbalmente o per iscritto, con espressioni che, talora mi hanno profondamente toccato. Ma confesso, senza ipocrisia o falsa modestia, che questo me lo aspettavo. Quello che mi ha sbalordito e piacevolmente sorpreso è stato il sostegno che mi è pervenuto anche dall'ambiente civile e da tantissima gente che non ho mai visto nè conosciuto personalmente. Mi hanno dato, tutti, un aiuto prezioso e sono loro grato».
Con quale stato d'animo e quali programmi affronta ora il futuro?
«A breve scadenza, intendo provare a ridare alla nostra "IBIS/Ferrari" lo smalto che le stato tolto. Sto, infatti, lavorando al mio racconto dell'operazione IBIS, limitatamente al periodo in cui ho comandato il Contingente.
Lo proporrò a tutti quegli Italiani che, avendo sentito solo il rumore di un ramo che si è spezzato, fragorosamente, potrebbero aver voglia di sapere come è cresciuta un'intera foresta, silenziosamente. Poi, si vedrà».
Brigata Folgore
Bruno Loi
Biografia
Il Generale di Corpo d'Armata Bruno Loi è una delle figure più autorevoli della storia militare italiana contemporanea. Nato ad Avellino il 23 agosto 1941, ha dedicato ben 44 anni di servizio attivo all'Esercito Italiano, formandosi inizialmente presso l'Accademia Militare di Modena. Assegnato alle unità dei paracadutisti, ha percorso l'intera scala gerarchica assolvendo tutti gli incarichi di comando nei vari gradi della Brigata paracadutisti "Folgore". Sposato con Raffaella Eugenia, ha trasmesso la passione per la vita militare e l'aviolancio alla propria famiglia: tutti e 3 i suoi figli, Maurizio, Federico e Roberto, sono diventati paracadutisti, con i primi 2 che hanno intrapreso la carriera da ufficiali rispettivamente nella Marina Militare e nell'Esercito.
Nel corso della sua carriera operativa ha preso parte a cruciali missioni internazionali, a partire dall'operazione di pace in Libano nel 1983 con il grado di Tenente Colonnello. Il momento di massima visibilità e responsabilità internazionale è arrivato tra il 1992 e il 1993, quando, con il grado di Generale di Brigata, ha assunto il comando di ITALFOR, il contingente italiano di terra nell'ambiziosa e rischiosa missione multinazionale Ibis 2 in Somalia, sotto l'egida di UNOSOM 2. In territorio somalo ha gestito una complessa attività di disarmo e di ricostruzione istituzionale, affrontando ben 231 conflitti a fuoco in un clima di estrema tensione e guidando le truppe con fermezza anche nei momenti più drammatici, come i cruenti scontri del luglio 1993.
Rientrato in Italia, ha ricoperto incarichi di vertice istituzionale e formativo di altissimo livello. Ha guidato il Distretto Militare di Palermo, l'Accademia Militare di Modena, il Comando Militare Autonomo della Sicilia, la Regione Militare Sud e l'Ispettorato per le forze di complemento dell'Esercito. Ha lasciato il servizio attivo il 30 settembre 2004 con il grado apicale di Generale di Corpo d'Armata. Nella sua successiva attività di saggista ha pubblicato volumi di rilievo come "Peacekeeping, pace o guerra. L'operazione Ibis in Somalia" nel 2004 e il testo autobiografico "Al servizio della patria" nel 2022. Ha inoltre coordinato eventi storici legati alla valorizzazione dei simboli nazionali, gestendo tra il 2011 e il 2017 i dispiegamenti cittadini del Tricolore da Guinness dei primati.
Per il servizio reso alla nazione e per la leadership dimostrata in teatro d'operazione, il generale ha ricevuto la prestigiosa onorificenza di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia, conferita il 7 giugno 1995. La motivazione ufficiale del Quirinale sottolinea come, in qualità di comandante del contingente italiano in Somalia tra il dicembre 1992 e il settembre 1993, abbia operato con instancabile tenacia ed eccezionale determinazione. Il testo evidenzia la capacità di conseguire risultati di grande rilievo in un contesto caratterizzato da oggettive difficoltà ambientali e continue situazioni di estremo pericolo, conducendo un'azione di comando sempre improntata al coraggio, al valore e al profondo senso di responsabilità umana di fronte a scontri a fuoco che sono costati la perdita di giovani vite italiane.
Il valore e la continuità del suo impegno militare sono certificati da numerose altre decorazioni istituzionali. È stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, la massima onorificenza civile e militare dello Stato. A queste si aggiungono la Medaglia d'oro al merito di lungo comando, ricevuta per aver esercitato ruoli di comando diretto per oltre 20 anni, e la Medaglia d'oro al merito di lunga attività aviolancistica, che certifica lo status di paracadutista militare in attività di lancio per oltre 30 anni.
Il libro del Generale Bruno Loi
Il saggio "Peace-keeping, pace o guerra? Una risposta italiana: l'operazione Ibis in Somalia", scritto dal Generale Bruno Loi e pubblicato nel 2004 dall'editore Vallecchi con la prefazione dello storico Sergio Romano, rappresenta un'analisi lucida e un resoconto storico fondamentale sulle missioni militari internazionali degli anni 90. Il volume si concentra sull'operazione Restore Hope e sulla missione Ibis condotta dal contingente italiano in Somalia tra il 1992 e il 1993, offrendo il punto di vista diretto di chi si è trovato a guidare sul campo oltre 2000 soldati, in gran parte appartenenti alla Brigata paracadutisti Folgore. L'opera si propone di sollevare il velo di riserbo istituzionale su eventi complessi, ponendo un interrogativo cruciale fin dal titolo sulla reale natura delle moderne missioni di pace, spesso sospese in una zona grigia tra l'assistenza umanitaria e il combattimento aperto.
Dal punto di vista della struttura e del riassunto dei contenuti, il libro esamina in modo rigoroso e cronologico le premesse geo-politiche, lo svolgimento operativo e l'epilogo della drammatica esperienza somala. Il Generale Loi descrive dettagliatamente la strategia adottata dal contingente italiano, che scelse di privilegiare la mediazione diplomatica, il dialogo costante con i leader locali e il supporto diretto alla popolazione civile. Nel testo vengono riportati i numeri reali e i successi concreti di questo approccio, tra cui l'esecuzione di 1300 missioni di scorta ai convogli umanitari dell'ONU e delle organizzazioni non governative, e l'erogazione di ben 100000 prestazioni sanitarie gratuite in favore dei cittadini somali. Il cuore del racconto affronta poi il progressivo deterioramento della sicurezza e la necessità di avviare un capillare disarmo delle bande locali, un compito che portò inevitabilmente le truppe italiane a essere coinvolte, loro malgrado, in duri e sanguinosi scontri a fuoco.
La recensione critica del volume evidenzia l'estrema onestà intellettuale dell'autore, che si distacca nettamente dalla tradizionale retorica militare o dalla stucchevole autoesaltazione tipica di certa memorialistica storica. I lettori e gli analisti apprezzano la precisione documentale del testo, arricchito da mappe dettagliate della regione e da preziose testimonianze dirette dei soldati subordinati, elementi che permettono di comprendere la missione sia a livello macro-strategico sia a livello operativo quotidiano. Emerge con chiarezza il contrasto tra il modello italiano, orientato al "peace-keeping" inteso come ricostruzione del tessuto amministrativo e civile, e l'approccio più muscolare e coercitivo delle superpotenze alleate guidate dagli Stati Uniti. Loi esprime critiche pacate ma ferme sulla gestione centralizzata dell'ONU, accusata nella prefazione di Sergio Romano di aver utilizzato il teatro somalo come un rischioso laboratorio politico per testare le teorie di intervento dell'Agenda for Peace del Segretario Generale Boutros-Ghali.
In conclusione, il libro viene valutato dagli esperti come un testo realistico e di grande valore formativo, capace di dimostrare come la via italiana alla gestione delle crisi internazionali possa essere efficace anche in contesti di estremo pericolo. L'autore non nasconde il dolore per la perdita di giovani vite italiane, ma rivendica la validità di un metodo operativo basato sulla fermezza militare unita al rispetto umano, suggerendo che tale modello potrebbe essere applicato con successo anche per risolvere problematiche di sicurezza su scala locale.
Bruno Loi Art
ANSA 2 luglio 1993
E quando il 2 luglio, al termine della battaglia del Pastificio, abbiamo contato le nostre perdite, lo Spirito di Corpo, la forte motivazione e l'orgoglio di appartenere alla "Folgore" hanno prevalso sul dolore, sulla costernazione e sull'istintivo desiderio di rivalsa, decretando così l'adamantina affidabilità delle nostre Unità.