SOMALIA
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   2 LUGLIO 1993
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RICORDANDO IL 2 LUGLIO
1993

di Gianfranco Paglia

  OPERAZIONE IBIS, UNA
MISSIONE DIFFICILE DA GESTIRE E DA PORTARE AVANTI.

Sicuramente perdere dodici militari e una crocerossina è stato un tragico bilancio, difficile da accettare in un paese che da mezzo secolo per fortuna non conosceva conflitti. L'unica altra perdita era stata quella del maresciallo Montesi in Libano, nel 1983.

Quella missione in Somalia aveva i suoi rischi intrinseci. Come tutte le missioni di pace, impegnava gli eserciti a garantire la non belligeranza fra fazioni armate all'interno di un paese e fra due stati diversi. L'operazione prevedeva fin dall'inizio l'ipotesi di pagare un prezzo in sangue. La situazione della Somalia era tale da rendere ancora più elevato il rischio di imboscate, di agguati e di gesti aggressivi da parte delle fazioni che si contendevano il controllo dei territori e il potere politico.

Ci si è impegnati con tutte le forze per riportare la pace in Somalia. Certo, non siamo riusciti a raggiungere del tutto quell'obiettivo, ma una serie di risultati importanti sul piano umanitario è stata ottenuta. Il contingente ha garantito che gli aiuti internazionali non fossero accaparrati da questa o quella fazione. Le risorse sono state distribuite equamente e senza discriminazioni alla popolazione affamata. Gli stessi episodi di scontri armati tra fazioni rivali si sono ridotti nel tempo. Probabilmente si sono evitate carneficine ancora più gravi che, purtroppo, si ripetono sempre più spesso in Africa.

Abbiamo il dovere di ricordare queste considerazioni se vogliamo che il giudizio storico della missione in Somalia sia corretto ed equilibrato. Dobbiamo cioè ricordare quante migliaia di vite umane sono state salvate grazie alla distribuzione di aiuti umanitari. Questo risultato è stato possibile grazie all'attività di interposizione tra le fazioni in lotta, un compito molto pericoloso svolto dai militari del contingente internazionale.

Ci sono stati oltre 100 caduti fra i partecipanti alla missione ONU in Somalia. Per non rendere aleatorio il loro sacrificio, noi abbiamo il dovere sacrosanto di ricordarli sempre, in ogni occasione, perché questi sono i nostri Eroi e dobbiamo loro il massimo rispetto. Solo così il loro ricordo non morirà mai.

Sono passati sette anni dall'agguato al Check Point PASTA dove caddero tre valorosi nostri uomini. Ero con loro quel giorno a PASTA. Ne ho un ricordo vivo. La polvere, le pallottole dei somali in agguato, le donne che innalzavano barricate e venivano incontro ai nostri blindati per costringerli a fermarsi. Da quel giorno la mia vita è cambiata, dato che sicuramente non è facile vivere con un handicap motorio.

Ma può una carrozzina cambiare la vita? No! Ciò che ho vissuto e che vivo, mi dà la possibilità di apprezzare maggiormente la vita; mi rende forte e sicuro nell'affrontarla. Mi fa comprendere quante cose belle ci sono nella vita e quanto sia facile distruggerle senza rendersene conto. Ti fa capire quanto sia importante poter aiutare chi ha bisogno, chi si trova in condizioni peggiori delle tue. Purtroppo troppo spesso ci si sofferma ad osservare chi vive meglio di noi. Proviamo a fare il contrario.

Nella mia vita non ho mai fatto la vittima e non intendo iniziare ora, ma permettetemi di evidenziare il fatto che troppo spesso a chi indossa una divisa e un basco amaranto si attribuisce la voglia di "fare la guerra" contro qualcuno o contro qualcosa. Chi sa, forse perché quando ci chiamano, anche per missioni molto impegnative, ci limitiamo a rispondere: "Presente!".

Mi è stato chiesto: "Lo rifaresti?". Cosa? È il mio dovere. Penso che non ci sia nulla di particolare nel farlo. Chi indossa una divisa sa che il proprio dovere va fatto sempre e in ogni circostanza , che nessuno di noi ha il diritto di voltare le spalle ad un problema. Il dovere per noi tutti è come la Bibbia: va rispettato e onorato sempre, fino in fondo.

Per concludere voglio dire che fare il proprio dovere ti consente di guardare negli occhi chi ti sta di fronte, senza mai abbassare lo sguardo. Credetemi, preferisco vivere in carrozzina ed andare in giro a testa alta, piuttosto che correre sulle proprie gambe alla ricerca di un angolo dove nascondersi.

Gianfranco Paglia




   Il sottotenente Gianfranco Paglia viene trasportato da un CH 47 fino all'ospedale.


Intervista alla MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE STEN. GIANFRANCO PAGLIA:

Che cosa accadde quel giorno a Mogadiscio?
«Era un rastrellamento come tanti, cercavamo i depositi clandestini di armi, all'improvviso è successo di tutto. Prima sono apparse le donne e i bambini che c'insultavano e lanciavano sassi, poi l'imboscata dei miliziani».

Ve lo aspettavate?
«No. Certo sapevamo che correvamo dei rischi. Imporre la pace a due fazioni che si sparano non è facile né indolore; ma in ambito UNOSOM eravamo il contingente più apprezzato. Diciamo che eravamo i più "diplomatici", i più umani. I rapporti con i somali erano ottimi, date le condizioni. Gli italiani erano, in teoria, quelli che meno avevano da temere. Il nostro comportamento era sempre stato corretto, all'insegna del severi ma giusti».

Come sei stato coinvolto nello scontro?
«Noi del Raggruppamento BRAVO avevamo finito il nostro lavoro ed eravamo già vicino a Balad. Ci hanno chiamato via radio per dirci che c'erano dei problemi a PASTA. Abbiamo invertito la marcia e siamo tornati indietro, fino al posto di blocco. Qui abbiamo trovato l'inferno».

Siete arrivati nel mezzo della battaglia...
«Sì, vi erano barricate da tutte le parti. La Via Imperiale era interrotta e i somali ci sparavano addosso. Siamo scesi dai mezzi per rimuovere gli ostacoli e utilizzare meglio le armi individuali. Poi la tragedia. Un razzo controcarro ha colpito il VCC che precedeva il mio, uccidendo Pasquale Baccaro e ferendo gravemente Giampiero e Massimiliano (Monti e Zaniol, Ndr). Allora siamo intervenuti per tirarli fuori dal blindato e proteggerli dall'attacco dei somali».

Il tutto è avvenuto sotto il fuoco nemico?
«Sì».


    Il S.Ten. Paglia durante il ricovero presso l' Ospedale Militare Americano.

Come avete reagito?
«C'erano molti militari di leva e, in ogni caso, era una situazione mai verificatasi prima, se non in esercitazione... Era il battesimo del fuoco per tutti noi. È stata un'esperienza che non dimenticheremo facilmente. I feriti, appena usciti dal VCC, erano sotto choc. Subire l'esplosione di una granata controcarro, in uno spazio ristretto come quello, non è uno scherzo. Non è facile reagire in quelle condizioni. Non tutti hanno la stessa presenza di spirito, è umano. Nei film o in esercitazione è tutto diverso. Essere sotto il fuoco nemico o sparare contro bersagli reali non è come colpire una sagoma. Comunque, complessivamente, hanno operato tutti molto bene. Io ho avuto la Medaglia d'Oro, ma sono tanti quelli che meriterebbero un riconoscimento maggiore».

Ad esempio?
«Il tenente Romeo Carbonetti non ha esitato a rischiare la sua vita per proteggere gli altri. Ha piazzato il suo VCC a un incrocio stradale, a pochi passi da me e dal mezzo colpito. Era allo scoperto, ma quella posizione gli garantiva un'ottima visuale. Ha fatto fuoco con la mitragliatrice impedendo ai miliziani di avvicinarsi. Giovanni Bozzini poi, era sul mezzo di Baccaro, è rimasto lì a sparare, ha soccorso Giampiero che perdeva molto sangue. Cito soltanto loro, ma idealmente mi riferisco a tutti quanti».

Poi cosa è successo?
«Abbiamo rimesso in moto il VCC colpito, ci siamo disimpegnati e siamo andati a FERRO per portare i feriti al sicuro. Da lì abbiamo deciso di tornare in zona d'operazioni».

Deciso autonomamente?
«Già. Sai, ci sono cose che fai senza pensarci su due volte. La mia compagnia era ancora sotto il tiro dei ribelli, lì c'erano i miei commilitoni, il mio capitano... Non pensi a te stesso, sei troppo coinvolto. Se credi in quello che fai, nei valori che stanno alla base della tua missione, non hai esitazioni. Ti sei addestrato mille volte per fare certe cose, è automatico».

Allora?
«Abbiamo organizzato una colonna, tre VCC e un Centauro. Con noi c'erano due mezzi del Tuscania. Ci siamo trovati di fronte all'ennesimo ostacolo, una barricata. Ancora una volta sotto il fuoco nemico. Siamo riusciti a superare la barriera eretta dai miliziani e, mentre coordinavamo l'azione, siamo stati colpiti, sia io che Millevoi».


   La Medaglia d'Oro Gianfranco Paglia con dei membri del suo equipaggio.

Contemporaneamente?
«Questo non lo ricordo. Ricordo di aver visto Andrea Millevoi sporgersi dalla torretta per dirigere meglio le operazioni; mi sono spinto fuori anche io, poi sono giunti altri colpi di kalashnikov. Mi sono accasciato dentro al VCC. Il mio pilota e l'equipaggio sono stati bravissimi. Sono riusciti a portarmi in tempo record a FERRO. Da lì un elicottero italiano mi ha trasferito all'ospedale militare statunitense. I medici pensavano che non ce l'avrei fatta e, invece, ho avuto una reazione inaspettata e oggi sono qui».

Ripensando a quei momenti, alle conseguenze, ti sei mai detto "chi me lo ha fatto fare?"
«Mai. Mi sono arruolato volontario nella FOLGORE e sapevo cosa significava. Sono andato in Somalia sempre da volontario. Ho fatto quello che ritenevo giusto. È stata un'esperienza di vita incredibile, la nostra presenza lì è stata vitale per tanta gente. Eravamo in missione umanitaria e abbiamo dato veramente la speranza a chi l'aveva perduta. Gli italiani hanno distribuito cibo, curato malati — che altrimenti sarebbero morti — e costruito scuole. Altro che torture».

Già, il "Somaliagate". Le due commissioni d'inchiesta hanno assolto i generali Loi e Fiore. Era tutta una bufala?
«Fortunatamente è stata ristabilita la verità. Qualcuno ha voluto speculare montando una vicenda inverosimile: torture, violenze, maltrattamenti. I militari dell'Operazione IBIS si sono comportati sempre con grande correttezza. Eravamo truppe di pace ma praticamente in zona di guerra. Abbiamo sempre rispettato le regole d'ingaggio e le prescrizioni delle Nazioni Unite. Il castello di accuse, infatti, non ha retto a un'indagine approfondita».

Dopo la Somalia, la Bosnia...
«Anche quella è stata un'avventura indimenticabile. Devo ringraziare il comandante della GARIBALDI, il generale Del Vecchio, che mi ha dato la possibilità di andare a Sarajevo nel periodo delle elezioni. Ho riassaporato il gusto della vita operativa. I soldati italiani stanno facendo un ottimo lavoro e nella capitale bosniaca ho assistito anche a un evento di grande significato: la voglia di pace si è manifestata in occasione del concerto degli U2, con ragazzi provenienti da tutta la ex Jugoslavia. La forza di pace italiana sta lavorando molto bene, nonostante in patria sia spesso attaccata ingiustamente dai troppi che non l'hanno mai amata. Per questo è giusto che l'Italia non si dimentichi di chi si è sacrificato e si sacrifica per degli ideali, per una bandiera, facendo fino in fondo il lavoro assegnato. Anche per questo i caduti della missione IBIS e quelli nella ex Jugoslavia non possono essere dimenticati dal Paese per il quale sono morti».



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MOTIVAZIONE DELLA MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE

La motivazione ufficiale, conferita il 17 marzo 1995 dal Presidente della Repubblica, celebra il valore dimostrato durante la Battaglia del Checkpoint Pasta (Mogadiscio, 2 luglio 1993).

«Comandante di plotone paracadutisti, inquadrato nel contingente italiano inviato in Somalia nell’ambito dell’operazione umanitaria voluta dalle Nazioni Unite, partecipava con il 186° Reggimento Paracadutisti “Folgore” al rastrellamento di un quartiere di Mogadiscio.
Nel corso dei successivi combattimenti, proditoriamente provocati dai miliziani somali, con perizia e intelligenza concorreva con le forze alle sue dipendenze allo sganciamento di alcuni carri rimasti intrappolati nell’abitato. Dopo aver sgomberato con il proprio mezzo alcuni militari feriti, di iniziativa si riportava nella zona del combattimento e, incurante dell’incessante fuoco nemico, coordinava l’azione dei propri uomini, contrastando con l’armamento di bordo l’attacco nemico.
Per conferire più efficacia alla sua azione di fuoco si sporgeva con l’intero busto fuori dal mezzo, esponendosi al tiro dei cecchini che lo colpivano ripetutamente. Soccorso e trasferito presso una struttura sanitaria di Mogadiscio, reagiva con sereno e virile comportamento alla notizia che le lesioni riportate gli avevano procurato menomazioni permanenti.»
       Mogadiscio (Somalia), 2 luglio 1993







XVª Cp. Diavoli Neri




Gianfranco Paglia



Biografia e Percorso Militare Sono nato il 17 luglio 1970 a Sesto San Giovanni (MI) e oggi vivo a Caserta. Nel 1989 sono partito per svolgere il servizio di leva nella Marina Militare. Ho trascorso i primi 20 giorni a La Spezia per il periodo di addestramento iniziale (il cosiddetto CAR), per poi essere trasferito a Roma per i restanti 11 mesi. Mi sono divertito molto a Roma: è una città bellissima e in quel periodo ospitava i Mondiali di calcio di Italia '90. Durante il servizio ho anche partecipato al Campionato Nazionale della Marina Militare nel ruolo di portiere. È stata un'esperienza militare davvero "sudata".


Nel 1991 ho vinto il concorso per il 109° corso A.U.P.C. (Allievo Ufficiale Pilota di Complemento) presso l'Accademia Aeronautica di Pozzuoli (NA). È stata un'esperienza dura, in cui veniva richiesto l'impossibile (o almeno così sembrava). Si tratta di un percorso difficile da descrivere a parole, ma allo stesso tempo ricco di soddisfazioni, perché si riusciva a fare esattamente tutto ciò che veniva richiesto. Purtroppo, nel marzo del 1992, sono stato dimesso dal corso per aver fallito un esame in volo. È stata colpa mia.


Nel 1992 ho vinto il 149° concorso A.U.C. (Allievo Ufficiale di Complemento) presso la Scuola Militare di Fanteria di Cesano (RM). Durante il corso ho fatto domanda per le selezioni come Ufficiale Paracadutista presso la Scuola di Paracadutismo di Pisa, superando con successo tutte le prove. Classificatomi 49° a fine corso, ho avuto la possibilità di scegliere la mia destinazione: il 186° Reggimento Paracadutisti "Folgore" a Siena, presso la 15ª Compagnia "Diavoli Neri".


Sono quindi ritornato a Pisa per conseguire il brevetto da paracadutista, frequentando il famoso Corso Palestra. Finalmente è arrivato il giorno del primo lancio. Descriverlo a parole mi riesce difficile: posso solo dire che, una volta fuori dal C-130, non facevo altro che urlare di gioia e scattare foto a tutto e a tutti. La sensazione che non potrò mai dimenticare è stata il silenzio nel vuoto, il galleggiare nell'aria, vedersi penzoloni e muovere le gambe senza alcuna resistenza. Definirlo fantastico è dire poco.


Il 28 maggio del 1993 sono finalmente partito per la Somalia. Il mio sogno si realizzava: era dal dicembre del 1992 che speravo di poter partecipare alla missione IBIS. Il 2 luglio del 1993, durante un duro scontro a fuoco in terra somala, sono stato colpito da tre proiettili. Sono stato ricoverato d'urgenza presso l'ospedale militare americano, dove mi hanno salvato la vita. Purtroppo, un proiettile ha leso la colonna vertebrale, tranciando di netto le vertebre C7 - T1, e i medici mi hanno diagnosticato una tetraplegia. Quel giorno si contarono 3 morti e 22 feriti. Io sono stato fortunato.


Il 13 luglio del 1993 rientrai in Italia e fui ricoverato presso l'Ospedale Militare del Celio a Roma. Dopo una serie di ricerche approfondite da parte dei miei familiari, si decise, con il pieno appoggio dello Stato Maggiore dell'Esercito, che il miglior centro di fisioterapia per il mio caso fosse quello di Nottwil, in Svizzera.


Il 27 luglio fui ricoverato nel centro svizzero. I medici mi dissero subito che, vista la gravità della mia lesione, la permanenza minima non sarebbe stata inferiore ai 9 mesi. Contro ogni previsione, mi insegnarono a essere completamente autonomo in carrozzina in tempi record: dopo soli 4 mesi quasi mi "cacciarono" perché avevo già raggiunto i massimi obiettivi possibili. Fu la mia prima grande vittoria dopo il ferimento.


l 22 dicembre finalmente tornai a casa e fu una festa immensa per tutti. All'aeroporto di Capodichino, a Napoli, fui accolto da una marea di amici. Finalmente respirai di nuovo l'aria di casa.


Il 13 gennaio del 1994 mi recai a Mosca, presso un centro specializzato in lesioni midollari. Lì, per la prima volta dal giorno dell'incidente, mi misero in piedi e riuscii persino a fare alcuni passi. Fino a quel momento, in Italia e in Svizzera, mi era sempre stato detto che per una lesione come la mia rimettersi in piedi sarebbe stato del tutto impossibile. Rientrai in Italia nel maggio dello stesso anno, conscio di aver superato un altro enorme limite.


Nell'ottobre del 1994, durante una cerimonia di Giuramento presso la Scuola Militare di Viterbo, furono consegnate le onorificenze per la missione IBIS in Somalia. Purtroppo, molte di esse furono conferite alla memoria: in quella drammatica missione persero la vita 11 militari, una crocerossina e 3 giornalisti. Durante la cerimonia sono stato insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare.


Il 1997 ha segnato la vera svolta: sono stato iscritto nel Ruolo d'Onore e il 27 maggio ho ripreso ufficialmente servizio presso la Brigata Bersaglieri "Garibaldi". Due anni dopo, il 2 luglio 1999, sono anche tornato al lancio in tandem con Barbara Brighetti, l'atleta numero uno del team Sector No Limits.


Il 29 giugno 1997 sono partito per la Bosnia per partecipare alla missione SFOR con la mia nuova Brigata. Finalmente, grazie al supporto dello Stato Maggiore e del mio Comandante, il Generale Del Vecchio, sono riuscito a tornare in una missione "Fuori Area" nonostante la carrozzina. Sono rimasto in teatro operativo per tre mesi. Ritrovarsi in zona d'operazioni in sedia a rotelle è stato sicuramente diverso, ma ugualmente bello e significativo.


Durante la missione ho avuto la straordinaria opportunità di assistere allo storico concerto degli U2 a Sarajevo. Per quell'evento arrivarono ragazzi da ogni angolo della ex Jugoslavia. Per quanto mi riguarda, posso dire senza alcun dubbio che vedere giovani di varie etnie — fino a poco tempo prima divise dalla guerra — uniti e pacifici per una sera, è stato un spettacolo molto più emozionante e potente del concerto stesso.


Nel maggio del 1998 sono tornato a pilotare un aereo grazie a comandi modificati per disabili. Per la precisione, ho volato su un velivolo Sky Arrow 450 T presso l'Aero Club d'Italia, situato nei pressi di Fiano Romano, vicino a Roma.


Nel marzo del 1999 mi sono recato a Vicenza per iniziare un ciclo fisioterapico differente, accompagnato dal mio instancabile amico e terapista Franco. Dopo 10 mesi di duro lavoro sono riuscito a deambulare di nuovo. Questo è stato possibile grazie a un computer che trasmette impulsi elettrici a degli elettrodi applicati alla muscolatura delle gambe, dei glutei e dei paravertebrali. Si tratta sicuramente di un palliativo, ma mi permette di stare bene e di fare enormi progressi.


Il 2 luglio del 1999, a sei lunghissimi anni esatti dal mio ferimento in Somalia, sono riuscito a lanciarmi di nuovo con il paracadute. Il lancio è avvenuto in tandem grazie a Barbara Brighetti, atleta numero uno del team Sector No Limits. Barbara si è presa una bellissima e grande responsabilità, ed è per questo che non smetterò mai di ringraziarla. Chi lo sa, forse un giorno non troppo lontano proverò di nuovo l'emozione di un lancio autonomo. Rimanere senza cielo per troppo tempo... nuoce alla salute.


  

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