I LEONI DEL TUSCANIA IN SOMALIA
Tra il 1992 e il 1995, il 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti ha affrontato il collasso di Mogadiscio, muovendosi sul sottile confine che separa l'ardimento delle Forze Speciali dalla diplomazia istituzionale.
Il sole del Corno d’Africa non sorgeva, esplodeva nel cielo. Un fiume di luce accecante che fin dalle prime ore del mattino surriscaldava l’aria pesante di Mogadiscio, impastandola con l’odore del mare, dello scarico dei motori e della polvere. Quando l’11 dicembre 1992 gli uomini del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti "Tuscania" atterrarono sulla pista, compresero subito che la Somalia non era una semplice missione di pace, ma un labirinto di lamiere e macerie. Il Paese era collassato dopo la caduta di Siad Barre: non c'erano più leggi, lo Stato si era polverizzato e la fame decimava la popolazione civile mentre i signori della guerra si contendevano i quartieri isolato per isolato.
A guidare quegli ottanta uomini scelti della folgore cremisi c’era il Tenente Colonnello Leonardo Leso, comandante del Distaccamento Tuscania in terra somala. Leso conosceva bene i suoi ragazzi; sapeva che sotto il basco amaranto batteva il cuore di un poliziotto, ma scorreva il sangue di un soldato d'élite. Nei primi mesi, la quotidianità del distaccamento oscillò tra la rigida formalità della Polizia Militare e il monitoraggio dei convogli umanitari. Controllavano l'aeroporto, perquisivano le vetture ai posti di blocco, proteggevano gli ambasciatori. Ma Mogadiscio mutava pelle rapidamente. Dietro i mercati affollati, l'ombra dei cecchini fedeli al generale Aidid allungava i suoi artigli sulla città.
I Carabinieri paracadutisti vennero presto trasformati dal comando nella riserva tattica d'élite dell'intero contingente italiano (ITALFOR). Se c’era un settore urbano ad alto rischio da bonificare o una trappola da cui liberare i caschi blu alleati, Leso riceveva la chiamata. Accadde il 5 giugno 1993, alla Manifattura Tabacchi. Ventitré soldati pakistani erano caduti in un'imboscata brutale e i pochi superstiti erano asserragliati sotto un fuoco incrociato infernale. Il Tuscania scattò sui cingolati protetti insieme agli incursori del 9° "Col Moschin". Fu un’azione fulminea, violenta, a distanza ravvicinata: i Carabinieri spezzarono l’assedio somalo, trassero in salvo i sopravvissuti e portarono via i corpi dei caduti prima che la folla inferocita li scempio. Ma il vero appuntamento con la storia doveva ancora consumarsi.
Carabinieri paracadutisti del “Tuscania” avanzano a bordo di due veicoli corazzati VCC-1 a Mogadiscio nel 1993.
L’alba del 2 luglio 1993 sembrava identica a molte altre. L'alto comando italiano aveva ordinato l’operazione "Canguro 11": un vasto rastrellamento nel quartiere settentrionale di Haliwaa per sequestrare armi pesanti e depositi di munizioni. La colonna "Alfa" dei Carabinieri paracadutisti fece il suo dovere, setacciando gli obiettivi assegnati e iniziando a ripiegare verso la base. Sembrava finita. Gli uomini stavano scendendo dai mezzi, sbottonando i giubbotti antiproiettile madidi di sudore, quando la radio della sala operativa gracidò parole frenetiche.
La colonna "Bravo", composta da veicoli leggeri e blindati della Folgore, era finita in un imbuto di fuoco vicino a un vecchio stabilimento dismesso, all’incrocio tra la via Imperiale e la via 21 Ottobre. Il Check Point "Pasta". Le milizie somale avevano eretto barricate, rovesciato camion e aperto il fuoco con mitragliatrici pesanti e razzi anticarro RPG dalle finestre degli edifici circostanti. C'erano feriti gravi sul selciato e i soldati erano intrappolati sotto i colpi dei cecchini.
Il comandante Leso coordinò la manovra fuori dall'ufficio comando, mentre i paracadutisti stavano già riassemblando l'equipaggiamento in tempi record sui veicoli d'attacco guidati sul posto dagli ufficiali del distaccamento.
«Ascoltatemi bene! La colonna Bravo è bloccata dentro l'imbuto al Pastificio. I ragazzi della Folgore sono sotto il tiro di RPG e mitragliatrici dai tetti. Hanno feriti gravi a terra e non riescono a sganciarsi. Noi siamo la loro riserva, andiamo a tirarli fuori da quell'inferno.»
Il Caporale Donatello Sapone verificò lo scorrimento del nastro della sua Minimi, dando un colpo secco sulla culatta dell'arma. Guardò il suo comandante con gli occhi stretti per via della polvere e del sudore:
«Colonnello, i cingolati sono pronti. Quanti mezzi nemici si stimano sul posto?»
«Tutto il quartiere è in rivolta, Sapone. Ci sono barricate ovunque e tiratori scelti arroccati negli edifici più alti. Non sarà una passeggiata. Voglio i VCC schierati a spina di pesce appena entriamo sulla Via Imperiale. Sapone, tu e la tua Browning coprite il fianco sinistro. Nessuno deve avvicinarsi con un lanciarazzi.»
«Ricevuto, Comandante. Se aprono una finestra, li teniamo giù a raffiche.»
Scuratti batté un pugno sulla fiancata del primo veicolo blindato, lo sguardo che incrociava uno a uno quello dei suoi uomini:
«Nessuno resta indietro oggi. Disciplina di fuoco e occhi aperti a trecentosessanta gradi. Salire sui mezzi, muoversi!»
I motori dei cingolati del Tuscania ruggirono di nuovo all'unisono, sollevando una fitta cortina di sabbia mentre invertivano bruscamente la marcia. I Carabinieri paracadutisti entrarono nell'inferno del pastificio a testa alta.
L'aria era satura di fumo nero e polvere di cemento. I proiettili traccianti fendevano lo spazio con un sibilo continuo. Sbarcati dai veicoli leggeri, i Carabinieri si ripararono dietro i muretti di fango e le lamiere dei cingolati, rispondendo al fuoco in modo mirato, snidando i tiratori somali appostati sui tetti. Fu uno scontro ravvicinato, casa per casa. Nel mezzo della tempesta di fuoco, il pericolo non risparmiò le linee del reggimento.
Il Caporale Donatello Sapone, mitragliere del Tuscania, venne investito dalle schegge e dall'impatto dei colpi nemici, rimanendo ferito insieme a un secondo carabiniere del contingente d'assalto. Nonostante il sangue e il dolore, i paracadutisti del Tuscania tennero la posizione. Con una disciplina ferrea, formarono uno scudo umano e di fuoco attorno alla sacca dell'imboscata, permettendo ai mezzi di soccorso di evacuare i soldati feriti delle altre unità, tra cui il sottotenente Gianfranco Paglia della Folgore. Il Tuscania continuò a sparare fino all'ultimo caricatore, fornendo una copertura incessante che consentì alla colonna blindata italiana di sganciarsi e ripiegare. Quella sera, la base era avvolta nel silenzio: l'Italia piangeva tre caduti della Folgore, del Col Moschin e dei Lancieri, e contava decine di feriti.
Ma la guerra asimmetrica combattuta a Mogadiscio non si vinse solo con i fucili d'assalto. Nei mesi successivi, quando il grosso delle truppe da combattimento italiane ricevette l'ordine di rientrare in patria, lo scenario mutò nuovamente. L'ONU comprese che l'unico modo per ridare stabilità alla Somalia era ricostruire da zero l'apparato della giustizia. E per farlo, si affidò alla secolare esperienza dell'Arma dei Carabinieri attraverso il Somalia Justice Program.
Il focus dell'azione del Tuscania si spostò nel comprensorio UNOSOM. Cinque Carabinieri paracadutisti, guidati dal Maggiore Salvatore Favarolo, rimasero nella capitale somala integrati nei ranghi della Polizia Civile delle Nazioni Unite (UNCIVPOL). Non avevano più compiti d'assalto e, secondo le regole dell'ONU, avrebbero dovuto girare disarmati. Ma l'Italia impose una condizione ferrea: i suoi uomini avrebbero custodito le armi individuali nei locali operativi, pronti a usarle in caso di estrema necessità. Un'eccezione vitale in una Mogadiscio dove Ali Mahdi e il generale Aidid avevano ripreso a farsi la guerra per le strade.
Carabinieri paracadutisti del “Tuscania” pattugliano una strada a mogadiscio durante la missione IBIS nel 1993.
Il compito di De Masi e dei suoi sottufficiali era titanico: selezionare, filtrare e addestrare tremila ex poliziotti somali per dare vita all'Auxiliary Security Force. Il Tuscania dovette muoversi sul sottilissimo filo della diplomazia tribale: bisognava evitare che l'arruolamento favorisse un clan rispetto a un altro, una scommessa pericolosa che rischiava di riaccendere la polveriera. All'interno del compound, sotto il sole cocente, i Carabinieri paracadutisti impartivano lezioni di ordine pubblico, diritto, infortunistica stradale e tecniche investigative avanzate. Mancavano i fondi e le casse dell'ONU erano perennemente vuote. Quando gli istruttori americani e di altre nazioni decisero di abbandonare il campo ritirandosi a Nairobi o rimpatriando, gli italiani rimasero. L'Italia donò dodici mila uniformi complete e altrettanti scarponi anfibi, vestendo letteralmente quegli uomini per sottrarli al richiamo delle milizie irregolari.
Il 3 novembre 1994, dopo una solenne cerimonia di consegna delle medaglie commemorative delle Nazioni Unite, gli ultimi Carabinieri del Tuscania lasciarono Mogadiscio via Nairobi. Pochi mesi dopo, all'inizio del 1995, le navi della Marina Militare coprivano l'ultimo disperato imbarco dei caschi blu nell'operazione United Shield, sancendo la fine dell'avventura internazionale.
Il Battaglione Tuscania rientrava in Italia con la consapevolezza di aver pagato un prezzo altissimo in termini di sangue, ma portando sul petto la Medaglia d'Argento al Valor dell'Esercito appuntata sulla propria Bandiera. I Carabinieri paracadutisti avevano dimostrato al mondo il vero significato del loro mandato: l'inflessibile precisione del soldato d'élite nei momenti più bui del combattimento, unita alla pazienza diplomatica del tutore della legge, capace di seminare i primi germogli dello Stato di diritto tra le sabbie roventi della Somalia.
CARABINIERE PARACADUTISTA DONATELLO SAPONE
All'epoca dei fatti, Donatello Sapone operava in Somalia con il grado di Carabiniere. Inquadrato come mitragliere a bordo di un veicolo corazzato leggero del distaccamento d'élite "Tuscania", fu inviato d'urgenza nell'area del Pastificio per spezzare la sacca dell'imboscata e soccorrere la colonna "Bravo" decimata. Durante le concitate fasi del combattimento urbano a distanza ravvicinata, Sapone venne ferito da un proiettile d'arma da fuoco ai glutei mentre manteneva la posizione per garantire un volume di fuoco costante ed efficace. Nel corso degli anni, ha proseguito la sua carriera nell'Arma dei Carabinieri raggiungendo il grado di Brigadiere.
Le Medaglie e le Motivazioni
Medaglia di Bronzo al Valor Militare La motivazione ufficiale attesta il comportamento eroico dimostrato sotto l'incessante fuoco nemico a Mogadiscio, evidenziando il coraggio cosciente con cui mantenne la propria postazione di combattimento, continuando a fare scudo e a rispondere ai miliziani per agevolare l'evacuazione dei commilitoni feriti delle altre unità, nonostante il rischio estremo per la propria vita.
Medaglia d'Oro di Vittima del Terrorismo La motivazione ufficiale: «Per l'evento verificatosi a Mogadiscio il 2 luglio 1993». Si tratta del riconoscimento solenne della Repubblica Italiana destinato a chi ha subito gravi invalidità permanentemente nell'adempimento del dovere in teatri operativi internazionali segnati da violenza e terrorismo asimmetrico.
il Tenente Colonnello Leonardo Leso a mogadiscio durante la missione IBIS nel 1993.
CARABINIERE PARACADUTISTA PAOLO PUSINIERI
Anche Paolo Pusinieri affrontò i miliziani somali il 2 luglio 1993 con il grado di Carabiniere paracadutista. Schierato direttamente a terra nelle linee d'assalto del "Tuscania" per contrastare i cecchini annidati all'interno e sui tetti degli edifici circostanti il check point, Pusinieri si espose per bloccare l'avanzata delle forze ostili. Nel cuore della battaglia, venne attinto in modo critico dalle armi nemiche riportando una ritenzione di colpo d'arma da fuoco al torace, una ferita devastante che richiese un immediato rimpatrio medico d'urgenza. Al termine della carriera militare, Pusinieri è divenuto noto al grande pubblico per la sua partecipazione come autista e operatore alle celebri spedizioni umanitarie e documentaristiche di Overland.
Le Medaglie e le Motivazioni
Medaglia di Bronzo al Valor Militare La motivazione ufficiale: Il prestigioso riconoscimento al Valor Militare gli è stato conferito per l'indomito coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati nell'inferno di Haliwaa. La motivazione riconosce la prontezza d'azione e lo straordinario spirito di sacrificio con cui Pusinieri affrontò le linee nemiche a viso aperto per consolidare il perimetro difensivo del distaccamento italiano, restando fermo al proprio posto e continuando a combattere fino al momento in cui la grave ferita al torace lo rese temporaneamente inabile al combattimento.
1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania
Leonardo Leso
Biografia
Il Generale di Corpo d'Armata Leonardo Leso rappresenta una delle figure di massima importanza per la storia moderna dell'Arma dei Carabinieri, celebre per il suo ruolo di leader nei reparti d'élite e per aver ideato innovativi moduli operativi internazionali tuttora impiegati nelle missioni di pace in tutto il mondo.
Nato a Verona il 16 luglio 1947 e scomparso a Pisa il 20 novembre 2024, ha intrapreso la carriera delle armi frequentando la prestigiosa Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia e successivamente il 150° Corso dell'Accademia Militare di Modena.
Dopo aver completato con successo la formazione da ufficiale, Leso è entrato a far parte dell'allora 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti "Tuscania" e nel maggio del 1977 è stato inserito nel ristrettissimo nucleo scelto convocato per adempiere a un compito altamente strategico per la sicurezza nazionale.
Il 6 febbraio 1978 ha partecipato attivamente alla nascita del Gruppo di Intervento Speciale, il celebre G.I.S., reparto d'élite contro il terrorismo e per le operazioni speciali che Leso ha contribuito a plasmare da zero e che ha successivamente guidato in qualità di comandante imprimendovi una rigorosa impronta etica e tattica.
All'inizio degli anni Novanta con il grado di Tenente Colonnello ha assunto il comando del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti "Tuscania" guidandolo in prima linea durante la drammatica missione umanitaria e di pace Ibis in Somalia tra il 1992 e il 1994, dove ha coordinato le complesse attività di contro-guerriglia e scorta a Mogadiscio e l'avvio del programma internazionale di ricostituzione della polizia civile locale.
A Leso si deve una fondamentale evoluzione dottrinale nei moderni teatri bellici poiché ha concepito e comandato per primo le MSU ossia le Multinational Specialized Unit della NATO nei Balcani, operando intensamente per la stabilizzazione della Bosnia Erzegovina e del Kosovo attraverso l'unione tra le capacità di combattimento tipiche del soldato e la sensibilità investigativa o di controllo dell'ordine pubblico propria del poliziotto.
Nel corso della sua carriera ha preso parte attiva a delicate operazioni militari e di pacificazione in Iraq e in Afghanistan, prima di assumere incarichi di massimo vertice nell'organizzazione dell'Arma e delle Forze Armate italiane.
Ha guidato la Seconda Brigata Mobile dei Carabinieri che raggruppa gli assetti d'élite del Tuscania, del G.I.S. e dei Reggimenti 7° e 13°, è stato direttore del CoESPU a Vicenza per l'addestramento delle polizie di stabilità globali, ha comandato la Divisione Unità Mobili a Treviso ed è stato al vertice dell'organizzazione territoriale calabrese e siciliana come Comandante Interregionale "Culqualber".
Ha svolto inoltre le prestigiose funzioni di Addetto alla Difesa e Consigliere Militare presso la Rappresentanza Permanente d'Italia alle Nazioni Unite a New York prima di lasciare il servizio attivo alla fine del 2012, venendo insignito per i suoi altissimi meriti della Medaglia di Bronzo al Valore dell'Esercito, di due Croci d'Oro al Merito dell'Arma dei Carabinieri, del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana e della prestigiosa Legion of Merit conferita dal Congresso degli Stati Uniti d'America.